Tappa n. 9La casa del Governatore e il "Fosso"

«Non v’è dubbio che grammi 200 di solo pane nelle 24 ore non sono sufficienti a mantenere in vita per più giorni o per qualche mese un individuo».
Luigi Foresta Direttore Colonia, 1943
Largo Granguardia.
Largo Granguardia.

La Gran Guardia era la sede del comando militare dell’isola che all’avvio della colonizzazione del 1763 fu affidato al Col. Odea nominato Governatore dell’isola con pieni poteri militari, civili e giudiziari. Odea, oltre alla difesa, dovette risolvere numerosi e complessi problemi legati alla gestione di una comunità che si andava ingrossando con elementi di diversa estrazione sociale e provenienza. Nel 1766 il Governatore fu affiancato da un Commissionato per la cura degli affari economici e nel 1771, quando la giovane comunità fu riconosciuta Universitas, persone scelte tra i coloni vennero nominate Sindaco, Eletti (Assessori), Giudici, Capo della polizia, ecc. Ciò generò conflitti di competenza, ma il progetto di colonizzazione ebbe successo.

La “Granguardia”, ossia il luogo di comando, era l’abitazione del Governatore, responsabile della difesa dell’isola. Per ovvie ragioni fu il primo edificio a essere costruito insieme alle due torri. La casa -l’unica sull’isola con ampia gradinata, segno di distinzione- fu costruita in posizione strategica: era vicina alle caserme in cui alloggiava la truppa; da lì il Governatore aveva contatto visivo con la Falconiera (tappa n. 12), con la Torre Santa Maria (tappa n. 20), entrambe centri di raccolta delle informazioni inviate dalle garitte posizionate lungo la costa, e con la Cala Santa Maria, tutti siti armati di cannoni. Inoltre la casa, secondo i canoni del secolo, poté essere facilmente dotata di una prigione sotterranea utilizzando una tomba paleocristiana (vedi foto sul pannello di accesso a questa tappa) posta a un livello più basso di 10 metri: bastò collegarla con un condotto al piano di calpestio dell'abitazione. È ancora visibile la botola da cui i condannati venivano calati.

L'ampio scalone contraddistingue la casa del Governatore
L'ampio scalone contraddistingue la casa del Governatore
Le celle del Fosso, com’erano
Le celle del Fosso, com’erano

Con l'unità d'Italia, abbandonato l'uso della cella ipogea, fu realizzato uno stanzone di circa 40 mq. Nel 1934, quando furono aggiunti 10 celle e un posto di guardia, l'ipogeo fu riscoperto e adattato a cella di rigore: è a tre metri e mezzo sotto l’attuale piano di calpestìo con tetto alto poco più di due metri e venti; molto umida e dotata di un solo bugliolo per i bisogni corporali, riceveva luce e aria solo dall’ingresso con cancello.
Tutto il complesso carcerario da allora per estensione prese il nome di "Fosso".
Il "Fosso” era la prigione in cui venivano rinchiusi i confinati che infrangevano gli obblighi imposti dal Regolamento confinario.

Abolito il confino (1961), il complesso carcerario, previi adeguamenti, fu adibito a Scuola Media. Nel 2000 un'aula venne destinata a sede del Centro Studi e un'altra alla banda musicale. Dal 2010 i locali, appositamente restaurati, ospitano il museo archeologico intitolato a padre Carmelo Seminara da Ganci, in cui è ricostruita la storia archeologica dell'isola.

Per le infrazioni al regolamento in epoca borbonica le punizioni previste erano: a) il mandato, che prevedeva la consegna in dormitorio fino a 10 giorni; b) la detenzione nella cella del “Fosso” da 5 giorni a 1 mese estensibile sino a 6 mesi; c) le battiture, ossia vergate da 10 a 50, nei casi gravi fino a 100 «dandosi però in due volte». La punizione veniva inflitta dal comandante militare.
In epoca successiva le punizioni previste erano: a) il richiamo; b) la consegna nei dormitori; c) la detenzione nella cella del “Fosso” da una settimana a un mese prorogabile fino a sei mesi. La punizione veniva inflitta da una commissione composta dal direttore della colonia, dal parroco e dal medico.

La cella ipogea del Fosso
La cella ipogea del Fosso
Vignetta di Giuseppe Scalarini
Vignetta di Giuseppe Scalarini

In epoca fascista la punizione poteva essere aggravata con la cella di isolamento ipogea (riattivata negli anni Trenta) senza aria e senza luce con assegnazione di 750 grammi di pane al giorno (nel 1941 ridotto a 200 grammi) e due minestre a settimana. Il periodo trascorso al “Fosso” o in carcere (anche se poi assolti) veniva aggiunto agli anni di confino.
Il parroco, oltre a essere membro della commissione di disciplina, in tutte le epoche veniva anche impegnato nell’assistenza spirituale dei confinati, negli esercizi spirituali, nel precetto di Pasqua e nella Messa a loro dedicata nei giorni festivi.

Umberto Vanguardia nato a Napoli il 19/05/1879, pubblicista, anarchico schedato dal 1892. Più volte condannato per propaganda sovversiva. Arrestato nel novembre 1926 fu confinato (Pantelleria, Ustica, Ponza). A Ustica il 10 ottobre 1927 venne arrestato e deferito al TSDS con altri 38 confinati politici con l’accusa di ricostituzione del partito comunista, di fondazione di un fronte unico e di tentata evasione per «fare insorgere in armi gli abitanti del Regno contro i Poteri dello Stato» (verbale di arresto del 10 ott. 1927 in ACS, TSDS, b. 104, vol. I, p. 22). Con i coimputati, malgrado il mare fosse in gran tempesta, venne tradotto all’Ucciardone con una nave cisterna che impiegò dieci ore per raggiungere Palermo. Il 14 giugno 1928, conclusa l’istruttoria, fu tradotto al carcere di Napoli e il I agosto 1928, prosciolto per difetto di indizi di reità con sentenza 223 depositata 19 novembre 1928, venne trasferito a Ponza. Liberato nel febbraio 1930.
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Giuseppe Scalarini (Mantova, 29 gennaio 1873 – Milano, 30 dicembre 1948), disegnatore, socialista, fervente pacifista e antimilitarista, fu il maggiore caricaturista politico italiano; attivo in Italia e all’estero, fondatore del Merlin Cocai, collaboratore dell’Asino. Schedato dal 1898 per i suoi graffianti disegni antimilitaristi e antigovernativi, fu condannato ma evitò l’arresto fuggendo all’estero (Austria, Germania, Inghilterra, Belgio, Lussemburgo, Francia) dove collaborò con le maggiori testate satiriche. Rientrato in Italia, dopo esperienze lavorative in Istria e nel Ticino, nel 1911 fu assunto dall’Avanti con cui collaborò sino al 1925 «producendo oltre 3700 inconfondibili vignette. I bersagli, più che singoli personaggi politici, sono temi universali e d’attualità: la guerra, la voracità del capitalismo, lo sfruttamento del proletariato, lo squadrismo fascista, la monarchia imbelle». Perseguitato dal fascismo, a novembre del 1926 subì una violenta aggressione squadristica che gli procurò la frattura della mandibola. Uscito dall’ospedale, il 1° dicembre successivo venne arrestato, confinato per 5 anni, ridotti a 3 in appello, e destinato a Lampedusa; il 15 marzo 1927 fu trasferito a Ustica, dove restò sino al 7 novembre 1928. Liberato nel novembre 1928, gli sarà proibito firmare le proprie opere. Subito dopo l’entrata in guerra dell’Italia, il 15 luglio 1940 viene nuovamente arrestato e internato a Istonio (oggi Vasto) e poi a Bucchianico. Liberato nel dicembre 1940, resterà vigilato. Nel 1943 sfuggì all’arresto della polizia di Salò. Nel dopoguerra riprese la collaborazione con l’Avanti! e altri giornali. Perdette l’amata Carolina, che sposò in punto di morte nel 1943, e la figlia Giuseppina, nel 1945. Morì a Milano il 30 dicembre 1948. Di lui restano 13.000 disegni e alcuni scritti, tra cui Le mie isole pubblicato da Franco Angeli nel 1992 nel quale raccolse le sue memorie sulla vita di confino da lui vissuta a Lampedusa, Ustica ed Estonio, una testimonianza ricca di dettagli che ha agevolato la ricostruzione di quella esperienza sua e di tanti altri antifascisti.

Cala Santa Maria negli anni Venti del Novecento
Cala Santa Maria negli anni Venti del Novecento

Il toponimo deriva dalla Chiesa medievale dei benedettini dedicata a Santa Maria. La cala, su cui si affaccia il centro abitato settecentesco, è la più riparata dai venti del IV quadrante dominanti nei mesi invernali e per questo la più frequentata e destinata all’approdo dei mezzi di collegamenti.
Sino agli anni Venti del Novecento la cala era totalmente sprovvista di opere portuali per cui i passeggeri dalla nave all’ancora nel centro della cala si trasferivano su barchette a remi utilizzando una scaletta e, giunti a riva, sbarcavano sulla spiaggia grazie a un pontile mobile.
Il pontile di legno restò in servizio sino al 1928 quando venne costruita la banchina Barresi e un molo foraneo, che però venne spazzato subito via da un temporale. Restò un mozzicone di banchina che servì l’isola sino al 1963 quando venne definita la banchina Sailem e la nave potè attraccare. Sino ad allora le operazioni di imbarco e sbarco di passeggeri, merci e animali avveniva a mezzi di barche a remi.

P. Carmelo Seminara, parroco di Ustica per oltre 50 anni.
P. Carmelo Seminara, parroco di Ustica per oltre 50 anni.

Il Museo Civico Archeologico si articola in due sezioni: una, dedicata a Padre Carmelo Seminara da Gangi, parroco di Ustica per cinquant’anni, che dell’archeologia di Ustica fu il primo scopritore e sostenitore, è ospitata nei locali di Largo Gran Guardia detti il Fosso e l’altra nella borbonica Torre Santa Maria.
Il Fosso, situato sul versante della Falconiera che domina la Cala Santa Maria, è un complesso di celle carcerarie un tempo destinate alla punizione dei confinati che infrangevano il regolamento.
Originariamente, in epoca borbonica, era dotato di una sola cella sotterranea alla quale si accedeva dalla pertinenza della casa del Governatore attraverso un pozzo profondo sei metri. Successivamente, probabilmente subito dopo l’unità d’Italia, venne aggiunto un ampio stanzone destinato a cella comune. Negli anni Trenta del Novecento il regime fascista realizzò un significativo ampliamento costruendo, oltre a un posto di guardia, altre dieci celle e riattivò l’antica cella sotterranea. I confinati vi venivano rinchiusi senza giudizio fino a dieci giorni, in certi casi estesi per alcuni mesi, con solo pane e acqua.
Dopo l’abolizione del confino, avvenuta nel 1961, il complesso è stato destinato a scuola media e, dal 2000 al 2006, a sede del Centro Studi e Documentazione Isola di Ustica e di altre attività culturali.
I locali, restaurati e dal 2010 destinati a Museo, si articolano in due padiglioni con otto sale. Il Padiglione A è dedicato alla preistoria, il Padiglione B al periodo compreso tra l’età ellenistica e la tarda antichità.
L’altra sezione del museo, dedicata all’archeologia subacquea, è collocata nella Torre Santa Maria. La torre sul poggio che domina l’omonima cala, fu la prima opera di difesa realizzata all’avvio dell’ultima colonizzazione. Questa e la torre dello Spalmatore, iniziate nel 1763 e ultimate quattro anni dopo, armate di tre cannoni da 12, allontanarono definitivamente la minaccia corsara. Cessato l’uso difensivo, la Torre Santa Maria, nel frattempo acquistata dal Comune, fu modificata per essere adibita a carcere a gestione comunale: fu sostituito il ponte levatoio con una scala in muratura; furono trasformati in celle cinque vani e si ricavò una cella di isolamento nel sottoscala e, con sopraelevazione sul tetto, un’ampia cella e una zona destinata all’ora d’aria per i carcerati; verranno messe finestre a bocca di lupo e cancelli alle porte delle celle. Vi si rinchiudevano i coatti e confinati per scontare le pene minori inflitte dal pretore e quanti altri colpiti da mandato di cattura erano in attesa di partire per il carcere o per un processo.