Tappa n. 10Dai Borbone ai Savoia

«Ustica grande alveare d’uno sciame d’uomini di bagno, femmine di malaffare, eccettuati quei pochi che sen vivono ammaestrando, soccorrendo, purificando gli altri».
Pietro Minneci
Via Medico. All'angolo con la Via Confini nel 1927 fu insediato dai confinati politici lo spaccio di consumo (v. tappa 14)
Via Medico. All'angolo con la Via Confini nel 1927 fu insediato dai confinati politici lo spaccio di consumo (v. tappa 14)

Mentre molte strade del rione San Bartolomeo sono dedicate agli attributi della Madonna (v. tappa 18), alcune del rione Calvario, oltre che da devozione (Via San Francesco, Via San Giovanni, Via San Giuseppe), hanno altre origini: caratteristiche fisiche (Via Confini, Via Tufo, Via Dirupo, Via Belvedere); aspetti naturalistici (Via Falconiera); famiglie (Via Inglese, dedicata a famiglia non più presente, poi cambiata in Via 18 Novembre per legarla a un evento storico); professioni (Via Prosegreto e Via Medico).
Il toponimo Prosegreto ha origine dall'abitazione del prosegreto, il responsabile dell’ufficio periferico della secrezia, l'ufficio delle tasse borbonico; la Via Medico per vox populi, dall'abitazione del medico garantito dai Borbone ai primi coloni. Quest’ultima via si congiunge a monte con la Via Confini, limite nord del centro abitato; ad angolo con la Via Medico era ubicato lo spaccio di generi alimentari impiantato nel 1927 dai confinati politici.

Primi medici furono i sacerdoti Amato e Mobilia; seguiranno Andrea Furitano, Pellegrino, Paolo Augello e Angelo Rizzo (annegato nel 1804 durante l’attacco dei corsari alla nave corriera che collegava Ustica a Palermo), Francesco Ingargiola. Il servizio sanitario sarà stabilizzato nel 1890 con la nomina del dott. Mario Randaccio in servizio sino al 1923 quando gli subentrerà il dott. Vincenzo Fazio, entrambi benemeriti e ricordati nella toponomastica stradale. La condotta, per un tempo gestita con incarichi interini, dal 1975 fu poi lungamente affidata al dott. Mariano Scalisi. Oggi il medico di base è affiancato dalla guardia medica e da specialisti per visite periodiche e, in estate, dalla guardia medica turistica e da specialisti della camera iperbarica.

Domiciliati coatti in attesa di riscuotere la mazzetta
Domiciliati coatti in attesa di riscuotere la mazzetta

Oltre ai relegati comuni, già nel Settecento arrivarono sull’isola anche i politici. Il primo relegato politico di cui si ha notizia fu il Marchese di Mompilieri Antonio Letizia, musicista, che arrivò a Ustica nel 1797 assieme al fratello Francesco (Real Segreteria, appendice di materiale a parte-Repertorio carte politiche b. 312). Lo seguirono molti altri a causa di eventi straordinari: la fine della “Repubblica Napolitana” nel 1799 e il ritorno sul trono di Napoli di re Ferdinando di Borbone da Palermo dove si era rifugiato; la fine del dominio napoleonico in Italia e il crollo del Regno di Napoli di Gioacchino Murat con il secondo ritorno di re Ferdinando da Palermo, dove nel 1806 si era nuovamente rifugiato, e la Restaurazione; i moti risorgimentali, a partire dal 1820. Ma non furono solo gli antiborbonici le vittime della relegazione: nel 1810 furono relegati sull’isola Antonio Capece Minutolo Principe di Canosa, un fedelissimo di re Ferdinando caduto in disgrazia; nel 1811, il principe di Aci che, fatto liberare dagli inglesi, fu nominato Ministro della guerra; successivamente Costantino De Filippis, personaggio di primo piano legato a casa Borbone, finito a Ustica per mano inglese. Tra i numerosi arrivi dopo i moti del 1820 arriveranno nell'isola il sacerdote Gaspare Vergine, i carbonari Raffaele Ricciardi e Loreto Tutinelli, gli avvocati Gian Battista Mazziotti e Filippo Giuliani. Dopo i moti del 1848 ben 400 «detenuti politici formicolavano nell’isola». Tra questi, Giuseppe Scordato, combattente di spicco nei moti siciliani; nel 1854, Pietro Minneci, l’autore del racconto Ustica, che fornisce tante informazioni sulla grama vita dell’isola e sulla presenza di relegati malavitosi; nel 1855, Giovanni Interdonato, già esule a Malta e poi colonnello garibaldino.

Sbarco dei Mille a Marsala
Sbarco dei Mille a Marsala

Avuta notizia dello sbarco a Marsala di Garibaldi, i soldati borbonici abbandonarono Ustica e i relegati fuggirono a Palermo per dar man forte ai rivoltosi.
Con lo stato unitario, nel luglio del 1861 dall’isola di Ponza furono inviati a Ustica 324 “relegati atipici” finora accertati: erano ex poliziotti borbonici siciliani. Arrivati a Napoli nel giugno 1860 al seguito delle truppe in rotta dalla Sicilia, avevano ottenuto dal re Francesco II un assegno mensile sino al dicembre successivo. Il nuovo governo italiano per sottrarli a rappresaglie li trasferirà prima a Ponza assegnando loro un sussidio giornaliero e poi a Ustica in attesa di altra sistemazione. Altri ex poliziotti arriveranno dalle carceri palermitane.

La legge Pica (legge 15 agosto 1863, n. 1409) normò la lotta al brigantaggio e introdusse la pena del domicilio coatto a carico di «oziosi, vagabondi, persone sospette, secondo la designazione del codice penale, non che camorristi e loro sospetti manutengoli». La norma, presentata come «mezzo eccezionale e temporaneo di difesa», rimase in vigore fino al 31 dicembre 1865, più volte prorogata e poi inserita nel testo unico di pubblica sicurezza del 30 giugno 1889, n. 153; la legge del 19 luglio 1894 n. 316 inasprirà infine le norme già in vigore, restando attiva fino alla istituzione del confino di polizia fascista del 1926. Il domicilio coatto, dipendente esclusivamente dalla polizia, dalle prefetture, dalle questure e quindi dal governo assunse carattere di arma politica accostando impropriamente la mera criminalità agli oppositori politici.
Fu questo il periodo più triste per Ustica perché molti giovani dovettero emigrare sia per il forte aumento della popolazione sia per sfuggire alla proscrizione obbligatoria: l’emigrazione era iniziata nel 1843 verso Lampedusa e continuò dopo l’Unità d’Italia verso l’America; chi restò dovette convivere con ladri e assassini d’ogni tipo.

Le leggi del 1894 furono volute da Crispi per contrastare gli anarchici, che a Ustica arrivarono numerosi. Tra questi, Errico Malatesta, Luigi Galleani, Giovanni Gavilli, Adamo Mancini, Emidio Recchioni, Galileo Palla, Oreste Ristori. Per gli anarchici fu introdotta la censura e furono usati controlli polizieschi particolarmente rigorosi e a volte violenti, ma per loro il domicilio coatto fu occasione di formazione teorica e di crescita dello spirito di lotta.

Ancora da verificare in fonti archivistiche recenti informazioni su possibile presenza a Ustica durante la prima guerra mondiale di internati civili.

Il domicilio coatto resterà in vigore sino al 1926 quando sarà sostituito dal confino di polizia fascista.

I primi articoli della legge Pica
I primi articoli della legge Pica
Ustica 1906. Gruppo di donne posano dopo il rientro da Palermo dove l’intera popolazione era stata evacuata per i timori provocati dal terremoto
Ustica 1906. Gruppo di donne posano dopo il rientro da Palermo dove l’intera popolazione era stata evacuata per i timori provocati dal terremoto

Le più giovani e le bambine, tutte elegantemente vestite, tengono un fiore bianco in mano.
Nella foto sono state riconosciute da Angelina Ailara Natale, da sinistra: accovacciate, le bambine Angela Ailara Natale, Domenica Lauricella Bertucci col cagnolino Fido, Paola Barraco; in seconda fila sedute o in piedi, Cristina Rando Ailara con in braccio il figlio Antonino e alle spalle la madre Maria Caezza, Rosa Lauricella De Santis, Maria Palmisano, Rosa Verdichizzi Giardina, Gaetana Ailara, Rosa Manfrè Battifora, Rosa Manfrè Barraco, madre di Paola; in ultima fila, Rosalia Di Mento, Giovanna Lauricella Di Mento, Teresa Palmisano Caserta e sorella di Maria, Erminia La Cava e Vincenza Manfrè Picone.

Umberto Vanguardia nato a Napoli il 19/05/1879, pubblicista, anarchico schedato dal 1892. Più volte condannato per propaganda sovversiva. Arrestato nel novembre 1926 fu confinato (Pantelleria, Ustica, Ponza). A Ustica il 10 ottobre 1927 venne arrestato e deferito al TSDS con altri 38 confinati politici con l’accusa di ricostituzione del partito comunista, di fondazione di un fronte unico e di tentata evasione per «fare insorgere in armi gli abitanti del Regno contro i Poteri dello Stato» (verbale di arresto del 10 ott. 1927 in ACS, TSDS, b. 104, vol. I, p. 22). Con i coimputati, malgrado il mare fosse in gran tempesta, venne tradotto all’Ucciardone con una nave cisterna che impiegò dieci ore per raggiungere Palermo. Il 14 giugno 1928, conclusa l’istruttoria, fu tradotto al carcere di Napoli e il I agosto 1928, prosciolto per difetto di indizi di reità con sentenza 223 depositata 19 novembre 1928, venne trasferito a Ponza. Liberato nel febbraio 1930.
Ustica 1906. Coatti in coda per ritirare il sussidio giornaliero
Ustica 1906. Coatti in coda per ritirare il sussidio giornaliero

Il sussidio giornaliero detto “mazzetta” in tutte le epoche era elargito dal governo ai confinati ritenuti bisognosi. In epoca borbonica venivano dati 10 bajocchi ai relegati comuni, 20 ai relegati politici; in epoca fascista 4 lire ai confinati comuni e 10 ai politici (poi ridotti a 5); agli anarchici, nell’ottocento, invece era dato lo stesso importo previsto per i coatti.

«I coatti sono sottoposti a un regime molto restrittivo; la grande maggioranza, data la piccolezza dell’isola, non può avere nessuna occupazione e deve vivere colle 4 lire giornaliere che assegna il governo. Puoi immaginare ciò che avviene: la mazzetta (è il termine che serve a indicare l’assegno governativo) viene spesa specialmente per il vino; i pasti si riducono a un po’ di pasta con erbe e a un po’ di pane; la denutrizione porta all’alcolismo più depravato in brevissimo tempo. Questi coatti sono richiusi in speciali cameroni alle cinque del pomeriggio e stanno insieme tutta la notte (dalla cinque del pomeriggio alle sette del mattino), chiusi dal di fuori: giocano alle carte, perdono qualche volta la mazzetta di parecchi giorni e si trovano così presi in un girone infernale che dura all’infinito. Da questo punto di vista è un vero peccato che ci sia proibito di avere dei contatti con esseri ridotti a una vita tanto eccezionale: penso che si potrebbero fare delle osservazioni di psicologia e di folklore di carattere unico. Tutto ciò che di elementare sopravvive nell’uomo moderno, rigalleggia irresistibilmente: queste molecole polverizzate si raggruppano secondo principî che corrispondono a ciò che di essenziale esiste ancora negli strati popolari più sommersi».
(Gramsci a Tania, 19 dicembre 1926)

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Antonio Letizia, marchese di Mompilieri, nato a Capua il 16/10/1760, massone, fu arrestato nel 1794 con il fratello Francesco per attività ostile ai Borbone e mandato come «relegato per sovrana disposizione», ossia “politico”, a Ustica, dove frequentò il Governatore e i maggiorenti del’isola. Poi esule in Francia. Di professione avvocato è anche detto «possidente di Caserta ritenuto ‘molto istruito nelle manifatture’» e iscritto «nella lista dei soggetti istruiti nei diversi rami di agricoltura e di industria predisposta dall’Intendenza fin dal 24 marzo 1819» (A. Marra, La Società economica di Terra di lavoro: le condizioni economiche e sociali nell'Ottocento borbonico, la conversione unitaria, Franco Angeli, Milano 2006). Più nota la sua passione per la musica e per la pittura, dalle quali ricavò i mezzi per superare le ristrettezze imposte dalla vita in esilio (Francia) a cui fu destinato dopo aver scontato la pena della relegazione. Rientrato in Italia intraprese la vita militare ma nel 1812 si ritirò a vita privata. Morì a Palermo il 24 settembre 1845.

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Francesco Letizia, massone nato a Napoli il 30 luglio 1763, fu arrestato nel 1794 con il fratello Antonio per attività ostile ai Borbone e mandato come «relegato per sovrana disposizione», ossia “politico”, a Ustica. Scontata la pena dovette prendere la via dell’esilio e riparò in Francia, da dove rientrò dopo il trattato di Firenze del 28 marzo 1801, che prevedeva l’amnistia generale per i dissidenti antiborbonici. Morì il 17 aprile 1846.

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Antonio Capece Minutolo nato a Napoli il 4 marzo 1768. Esponente di una delle famiglie nobili più antiche del Regno delle Due Sicilie, legittimista, ostile alle istanze liberali e fermo sostenitore dei privilegi degli aristocratici anche in aperto contrasto con la monarchia. Figura di un certo peso nella cultura politica e nella politica del suo tempo, partecipò attivamente agli eventi che attraversarono la vita del regno borbonico sin dal primo arrivo dei francesi e l'istituzione della "Repubblica Napolitana" (1799), passando per la riconquista borbonica, il decennio francese (1805-1815: regnanti Giuseppe Napoleone, prima, Gioacchino Murat dopo) e dopo il secondo ritorno dei Borbone da Palermo (1816) dove si erano rifugiati.
Nell'arco di tempo di questo tumultuoso periodo, Capece Minutolo ebbe incarichi pubblici di rilievo, subì arresti, condanna a morte, carcerazione e relegazione: carcere a castel Sant' Elmo dai francesi e successiva condanna a morte con l'accusa di aver ordito congiure durante il breve periodo della "Repubblica Napolitana" (1799), ma che riuscì ad evitare; arresto, questa volta per ordine del re, per i contrasti con il vicario Principe Pignatelli, essendosi opposto all'editto regio per l'abolizione delle "piazze" e dei "sedili", organi di rappresentatività aristocratica (1800: condanna a cinque anni nel carcere di Trapani); relegazione prima a Lipari, poi a Ustica e a Termini Imerese, per il fallimento, nel 1809, nell'impresa militare di tenere Ponza e Ventotene. Otterrà nel 1810 il perdono del re e avrà, per suo conto, nel 1814, incarichi diplomatici in Spagna. Nel 1816 gli fu affidato il ministero di Polizia, incarico durante il quale non si fece mancare altre occasioni di scontro che presto lo portarono, su pressioni austriache e inglesi, all'esonero, alla fine della sua carriera politica e all'espatrio (1822). Furono determinanti, a quest'ultimo riguardo, diversi fattori: le critiche alle conclusioni del Congresso di Vienna e lo scontro con il potente cancelliere Clemente von Metternich contrario al suo rigore legittimista e antirivoluzionario; gli interessi inglesi, che vedevano messi in discussione dal Capece i principi del "non intervento" e della "autodeterminazione dei popoli" da loro sostenuti e alla cui base ideale erano strettamente connessi i loro investimenti economici e finanziari nell' America centro-meridionale, dalla quale era necessario estromettere la Spagna e il Portogallo. Forzatamente allontanato, Capece Minutolo peregrinò in diverse città (Livorno, Pisa, Genova, Modena, Vienna, Roma, Pesaro) e, sorretto da orgoglio intellettuale e dalla costante e forte vis polemica che caratterizzava la sua indole, si impegnò a stabilire contatti utili alle sue battaglie, nella difesa, anche attraverso la pubblicazione di sue opere, delle sue idee e del suo operato contro i suoi detrattori. Soggetto ad altre espulsioni, la travagliata esistenza dell'incomodo personaggio si concluse a Pesaro, dove morì il 4 marzo 1834.
Una efficace sintesi del profilo biografico di Antonio Capece Minutolo la troviamo in una osservazione di Benedetto Croce: «se i repubblicani avevano punito in lui il realista, i realisti punivano in lui l'aristocratico, cioè i due elementi che egli bensì componeva armoniosamente nella sua antiquata personalità spirituale, ma che la storia aveva scisso e messo in contrasto».
(Postigliola Alberto, Capece Minutolo Antonio, Principe di Canosa, Dizionario Biografico degli Italiani Treccani - Volume 18 (1975), ad vocem).

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Costantino De Filippis n. a Serino (Avellino) il 12 luglio 1757. Non si conosce la data in cui venne relegato, ma probabilmente dopo l'arrivo a Palermo di Lord Bentinck, plenipotenziario inglese, lì inviato nel 1811 per normalizzare la situazione in Sicilia. È l'unico relegato a Ustica per mano degli inglesi, che in quel decennio controllavano militarmente e politicamente la Sicilia ("decennio inglese").
«Entrato volontario nell’esercito napoletano, aveva valorosamente combattuto nel 1793 a Tolone, ove riportò una grave ferita ad un braccio. Nel 1799 aveva preso parte all’impresa del card. Ruffo comandando le truppe regolari; con provvedimento del 14 novembre 1800 viene destinato dal re a Presidente del Tribunale a Salerno (nota 25), con ampi poteri civili e militari». Come “Comandante del battaglione dei cacciatori Campania, intendente, preside e comandante delle armi nella provincia di Principato Citra” fu investito di ampi poteri sino al 12 febbraio 1801 (Vedi Matteo Mazziotti, Ricordi di famiglia 1780-1860, Ed. Galzerano 2001 pp. 76-77). «Da Salerno passò con lo stesso Ufficio nella Calabria ulteriore quindi divenne vicario generale del re in Calabria. Al ritorno dei francesi seguì il re Ferdinando nella fuga in Sicilia. Il governò inglese lo relegò nella cittadella di Messina, poi nell’isola di Ustica. Egli sposò la signora Violante Pescarini. Al ritorno dei Borbone andò intendente ad Avellino, poi a Caserta ed ebbe con decreto del 26 giugno 1821 il titolo di marchese. Morì brigadiere dell’esercito napoletano, nel febbraio 1834» (ivi p. 77, n. 25).

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Raffaele Ricciardi nato ad Andria (Barletta-Andria.Trani) nel 1804, era già chierico e indossava l’abito talare quando, nel 1822, «giovanissimo, intelligente, colto e traboccante di amor patrio» si iscrisse nella Setta degli Spettri che nelle campagne di Andria della quale divenne Primo Spettro, capo. La setta, chiamata anche Tomba Centrale e fondata prima della Giovane Italia di Mazzini, «teneva sedute segrete nella remota campagna di notte con riti speciali [per organizzare] un movimento insurrezionale con lo scopo di deporre […] Ferdinando I e proclamare l’Unità d’Italia» (Luigi Ricciardi, Un Martire di Andria risorgimentale: Raffaele Ricciardi, Andria 1984, p. 38). Una notte del 1825 i cospiratori vennero sorpresi dalla polizia, arrestati e rinchiusi nel Castello dell’Ovo a Napoli, dove il Ricciardi tolse l’abito talare. Nella cella senza luce e senza aria fu costretto a convivere con un delinquente destinato come suo accusatore. Nel maggio 1827 la Commissione Suprema lo condannò alla «pena di morte col laccio sulla forca» (ibidem) ai sensi della legge del 28 settembre 1822. «Il giorno dell’esecuzione s’avviò lentamente al patibolo, trascinato sopra una tavola con piccole ruote, con i piedi nudi, coperto da una lunga veste nera. E un velo nero nascondeva il volto. Sul petto portava un cartello con la scritta a caratteri cubitali “UOMO EMPIO”» (ibidem). Per intercessione della famiglia presso la regina l’impiccagione fu sospesa proprio mentre Ricciardi saliva sul patibolo. Verrà rinchiuso nelle segrete del carcere nella “cella del coccodrillo” sotto il livello del mare. Nel 1827 graziato, Ricciardi è contestualmente destinato alla relegazione di Ponza dove trovò come compagni di sofferenza l’abruzzese Loreto Tutinelli (anch’egli sarà inviato a Ustica) e Benedetto Tupputi di Barletta. A Ponza con i due compagni di sventura sarà falsamente accusato di avere un piano per uccidere le autorità dell’isola e dichiararla Repubblica. Nonostante l’assurdità dell’accusa, vennero rinchiusi nei sotterranei del Castello di Capua col cinto legato a una colonna. Vi restarono per oltre un anno, fin quando Tutinelli si procurò una ferita al polpaccio e venne ricoverato in ospedale riuscendo da lì ottenere la libertà per tutti e tre sventurati. Da Ponza sarà trasferito a Favignana e poi a Ustica dove lo ritroviamo nel 1833. Figura al n. 104 dell’elenco del primo semestre 1833 firmato dal sindaco con le annotazioni: «arrivato a Ustica l’8 marzo 1833, relegato per anni 12 dalla Commissione Suprema per associazione settaria». È un elenco con 106 nominativi, quasi tutti ladri e omicidi (Archivio di Stato Palermo, Direzione Polizia, Filza 198). Resterà a Ustica per un anno. Nel 1834 ritornerà nella sua Andria, dove prese moglie ed ebbe due figli. Da un documento del 23 giugno 1836 di lui è detto che «espiata la pena di 12 anni di reclusione in Ustica, ora fa lo scrivano presso un avvocato» (Real Segreteria di Stato presso il Luogotenente Generale di Sicilia, Ripartimento Polizia, Repertorio 1836, b. 222, Fasc 20/2, doc. 924). Nel 1862 subì la disavventura di finire nelle mani del bandito Crocco e poi per false accuse rischiò la fucilazione che, ancora una volta, scampò in extremis; nel 1865 otterrà la pensione «come martire politico»; morirà il 2 febbraio 1887.

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Loreto Tutinelli nato ad Atina (Frosinone) nel 1802, avvocato. Non si conosce la sua biografia, ma mettendo insieme le poche notizie raccolte si può dirlo un personaggio “irrequieto” e in sintonia con i fermenti dell’epoca in cui visse. Fu «relegato per sovrana disposizione», ossia politico, a Ustica e in altre isole. «Ricchissimo e potente signore abruzzese», come lo definisce Ricciardi, è relegato nel 1827 a Ponza dove incontra Benedetto Tupputi e Raffaele Ricciardi, anch’essi relegati «per sovrana disposizione» per i loro trascorsi antiborbonici, e con loro fraternizza. Appare legittimo ritenere che anche Tutinelli si sia “guadagnata” la relegazione per il suo attivismo nei moti del 1820-21. A Ponza con Tupputi e Ricciardi fu incolpato di un presunto complotto che prevedeva l’uccisione del parroco e del comandante dell’isola e successiva dichiarazione della Repubblica nell’isola. Nonostante l’assurdità dell’accusa i tre vennero rinchiusi nei sotterranei del Castello di Capua col cinto legato a una colonna «per un anno e quaranta giorni». Qui il Tutinelli «con la fiamma di una lucerna s’aprì una larga piaga al polpaccio della gamba destra, sostenendone il dolore con animo forte e tranquillo» e ottenne di essere ricoverato in ospedale. «Avuto segretamente denaro dai congiunti» riuscì a ottenere la libertà per sé e per i due compagni di sventura. Lo ritroviamo relegato a Ustica dove giunse nei primi mesi del 1832, ma probabilmente negli anni precedenti fu anche lui relegato a Favignana. A Ustica sposò l’usticese Rosalia Picone dalla quale ebbe cinque figli. Trovandosi fuori sede, conferì l’incarico di procuratore a Filippo Giuliani, avvocato di Gallipoli, anche lui relegato per sovrana disposizione, e il matrimonio si celebrò il 19 ottobre 1833. Nel 1833 lo raggiungerà a Ustica Raffaele Ricciardi proveniente da Favignana. Nel maggio 1835 «per atti di prepotenza» viene mandato a Pantelleria e da lì nel maggio 1836 «traslocato» con altri a Lipari perché gli si attribuisce la paternità di un ricorso contro i militari. Fuggirà da Lipari il 3 dicembre 1838, assieme ad altri tre relegati. Non si hanno notizie quando sia tornato a Ustica, dove risiedeva la moglie con i figli (da lei sono nati Maria Rosa, morta alla nascita, Maria Rosa, Luigi, Francesco, Fortunato, Rosa), ma è certo che era sull’isola l’8 luglio 1840, quando dichiarò personalmente la nascita del figlio Fortunato ed era assente l’11 luglio 1842, quando la nascita della figlia Rosa fu dichiarata al Comune dal nonno materno Tommaso Picone.

Notizie tratte da L. Ricciardi, Un martire di Andria risorgimentale: Raffaele Ricciardi, Andria 1984, p. 25-26.

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Gianbattista Mazziotti n. a Celso frazione di Pollica (Salerno) nel 1772, avvocato. Discendente di una antica famiglia di importanti proprietari terrieri di Celso nel Cilento, Gian Battista e i suoi familiari si distinsero per l'attivismo politico contro l'assolutismo. Gianbattista fu il primo a iscriversi alla Società Patriottica Napoletana, primo circolo giacobino d’Italia fondato da Carlo Lauberg, protagonista della “Repubblica Napolitana” e primo Presidente del Governo Provvisorio. Nella neonata repubblica, che ebbe però vita breve, Gianbattista ricopri cariche pubbliche. Con il ritorno dei Borbone a Napoli da Palermo dove si erano rifugiati, Giambattista ormai compromessosi, fu proposto dalla Giunta di Stato all’ esilio con la seguente motivazione «Fu maldicente delle sacre persone ed encomiava la repubblica [...] Vantasi di avere "democratizzato" il Cilento e di essere patriota da cinque anni». Condannato all’esilio il 28 febbraio 1800, Gianbattista poté rientrare a Napoli, grazie all’amnistia del 26 marzo 1801, che prescriveva: «Tutti i sudditi del re di Napoli i quali sieno stati perseguitati, banditi o costretti a spatriare volontariamente [sic] per fatti relativi al soggiorno dei francesi nel regno di Napoli, potranno tornare e saranno reintegrati nei loro beni». A tutti costoro venne imposto l'obbligo di soggiorno nel comune di nascita. Nel 1806, con il ritorno dei francesi a Napoli, il Mazziotti fu nominato commissario di polizia, carica che ricoprì per un intero decennio e per alcuni anni dopo il 1815. Attivo nella carboneria, nel 1819 fu licenziato. Ebbe parte molto attiva nei moti del 1820 e fu uno dei più esaltati frequentatori del Parlamento provvisorio nel quale era stato eletto anche il cugino Gherardo. Soffocata la rivolta, il 3 ottobre 1821 Mazziotti venne arrestato e dopo due anni di carcere, il 28 ottobre 1823, liberato per effetto dell'indulto del 28 settembre 1822 restando sottoposto ad "empara", cioè a disposizione della polizia, che in una relazione scrive di lui: «Messo in libertà provvisoria per i fatti del 1820, ma rimase “emparato”. È pericoloso all'ordine pubblico, di cervello il più torbido ed insuscettibile di emenda, mentre, anche nelle carceri ha dato delle massime eccedenze e dichiarazioni». Il 3 marzo 1825 fu condannato all'esilio, ma non potendo viaggiare per l'eccessiva obesità e per mancanza di denaro, il 16 agosto successivo fu relegato per «sovrana disposizione», a Favignana, che raggiunse con un viaggio in compagnia di «canaglia» invece che di «galantuomini» lungo e faticoso: partì da Napoli il 6 novembre successivo e giunse a Favignana il giorno di Natale. Nel 1831 fu trasferito a Ustica, da dove ancora il 7 gennaio 1836 scriveva ai familiari: «Io muoio dalla fame e dal freddo: qui si cucina, quando si può, con la paglia, giacché legna non ve ne sono, tranne le foglie di fichi d'India seccate al sole. Sono in mezzo a ladri ed assassini». Disperato, progettò la fuga senza riuscirvi, superò indenne il colera che nel 1837 infierì sull'isola e finalmente nel 1842, dopo 21 anni di carcere e relegazione, venne graziato dal re. Morirà a Napoli il 3 o 4 gennaio 1850.

Notizie tratte da Mazziotti Matteo, Ricordi di famiglia: 1780-1860, Galzerano, Casalvelino Scalo 2001, pp. 83-92, 117, 131, 132, 137-139, 151.

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Filippo Giuliani, pugliese, nato nel 1779, avvocato di Gallipoli, figura in elenchi di confinati politici passati per Ustica tra 1825 e l 1833 ma probabilmente vi è rimasto per un tempo maggiore. Dai registri dello Stato Civile risulta essere stato procuratore di Loreto Tutinelli per celebrare il 19 ottobre 1833 il matrimonio civile dello stesso Tutinelli con l’usticese Rosalia Picone.

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Pietro Minneci (Messina, 25 agosto 1826 – Camaro, Messina, 22 marzo 1873), militare, relegato politico antiborbonico. Pietro Minneci, giovane ventiduenne, ebbe parte non secondaria nei moti antiborbonici messinesi e calabresi del ‘48 non solo come combattente ma anche come uno dei redattori del giornale patriottico messinese Procida. L’anno successivo figura in un rapporto della polizia per aver concorso a issare il 20 luglio la bandiera tricolore sul monte di Torre Vittoria che sovrasta Messina e individuato con altri come «ex ufficiali della cosi detta truppa nazionale». Scarne le notizie biografiche che lo riguardano; in un documento del 1866, tra le carte di famiglia, è attestato che fu «più volte arrestato e detenuto per misure politiche a domicilio forzoso nell’isola di Ustica» e, da una data incisa in una cassetta nécessaire da lavoro realizzata da un coatto artigiano e posseduta dai discendenti, si evince che il 7 marzo 1854 era come «rilegato» a Ustica; non si conosce neanche la data della sua liberazione, certamente avvenuta prima del 1858, anno in cui pubblicò il suo Ustica-Racconto, dopo aver già pubblicato (1851) un libretto di versi, Fiori poetici (Messina, Stamperia Filomena, 1851), testi con cui ci consegna le sue ambizioni di scrittore; nel 1860 sarà con le truppe al seguito di Garibaldi col ruolo di capitano; l’anno seguente, sposatosi, si trasferì per servizio prima a Torino e poi a Genova (1867); più tardi rientrò a Messina, nei cui pressi, a Camaro, morirà il 22 marzo 1873.

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Giovanni Interdonato (Roccalumera, Messina, 1816 – Nizza di Sicilia, Messina, 8 febbraio 1889), membro di una illustre casata, fu fervente e appassionato sostenitore dell’Unità d’Italia e convinto antiborbonico. Nel 1848 prese parte all’insurrezione di Messina alla testa della Colonna Interdonato, poi ribattezzata Colonna Esuli Messinesi. Quando, nel marzo del 1849, la rivoluzione riprese, Giovanni Interdonato, col grado di colonnello al comando della sua colonna, partecipò a tutte le operazione di guerra sino all’aprile successivo. Fallita la rivoluzione, prese la via dell’esilio e col fratello Stefano si rifugiò a Malta. Nel 1854 il Comitato rivoluzionario di Malta lo incaricò di tentare una spedizione in Sicilia per far sollevare il popolo. Sbarcò la notte del 24 maggio di quell’anno assieme al capitano Giuseppe Scarperia sulle coste messinesi e si nascose nella casa paterna di campagna, complice il nipote Pietro Mauro. Sorpresi dalla gendarmeria borbonica, i tre riuscirono a fuggire sui monti di Mandanici. La polizia mise una taglia sulla loro testa e arrestò tutti i familiari dell’Interdonato per costringerlo alla resa. Venuti meno il sostegno sperato del popolo e i promessi supporti da Malta, i tre si arresero. Processati dalla Gran Corte Criminale, Interdonato e Scarperia furono condannati a 30 mesi di prigione, il giovane nipote a 24 mesi. Scontata la pena nella Vicaria di Palermo, l’Interdonato fu relegato a Ustica. Qui, lui quarantacinquenne, nel 1858, sposò la diciassettenne usticese Teresita Longo. Subito dopo lo sbarco di Garibaldi a Marsala, fuggì a Palermo e si presentò al Quartiere generale garibaldino dove ebbe dal Generale la conferma del grado di colonnello e l’incarico di formare un battaglione. Il 27 luglio 1860, alla testa della sua Colonna, entrò a Messina liberata acclamato dal popolo. Non avendo ottenuto l’approvazione dell’organico proposto per la formazione di un regolare battaglione secondo le disposizione di Garibaldi, il colonnello Interdonato lasciò l’esercito e si ritirò nel suo paese natale. Dopo l’unità d’Italia sarà eletto sindaco della cittadina e ne cambierà il nome da San Ferdinando a Nizza di Sicilia, in onore della città natia di Garibaldi, ceduta alla Francia dal governo piemontese. Dalla moglie Teresita Longo ebbe i figli Maria Giuseppe ed Ettore. La famiglia Interdonato resterà legata all’isola che sarà frequentata dai suoi discendenti per generazioni: suo figlio Ettore sposò l’usticese Rosina Battifora e un loro figlio, Giovanni, riposa nel cimitero dell’isola; suoi pronipoti frequentano ancora oggi l’isola, dove hanno beni.

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Giuseppe Scordato, originario di Bagheria (Palermo), eroe del Risorgimento. Fu combattente nei moti del 1848. Non si conosce la data del suo arrivo a Ustica, sicuramente dopo i moti del 1848 nei quali ebbe un ruolo. È certo, però, che egli era sull'isola il 4 agosto 1859, quando al Varriento successe il nuovo governatore Leonardo Gurrion, il quale lo «onorò di sua amicizia». L'amicizia tra il governatore e il relegato Scordato pare sia stata di vecchia data, da quando, cioè, quest'ultimo aveva salvato il Gurion nel 1848 durante la battaglia di Solunto vinta da rivoltosi capeggiati da Scordato che avevano sopraffatto l'esercito borbonico. Durante i moti, con il grado di colonnello dei Cacciatori, prese parte ai più importanti fatti d’armi contribuendo a liberare Palermo.

Nota
Dopo i moti del 1848 la reazione fu violenta; fu nominato Governatore di Ustica il colonnello Varriento, «se non boia di mano, lo fu certo di bocca ordinando scudisci, sferze e torture di ogni genere». Varriento fu molto rigido nel trattare i relegati: ordinò che fossero rinchiusi al tramonto e liberati all'alba e li obbligò a tre appelli al giorno, vietò loro ogni sorta di gioco, censì ogni attrezzo di lavoro ritenuto arma impropria, punì con vergate e carcere i tentativi di fuga, vietò la pesca nelle ore notturne e mise rigorosi controlli sui remi. Il suo rigore investì i contravventori in modo crudele: frequenti le vergate in pubblico e il cavalletto, e non esitò a far fucilare sullo spiazzo del carcere della Torre Santa Maria due giovani relegati trovati in possesso di armi.

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Errico Malatesta (Santa Maria Capua Vetere, Caserta, 14 dicembre 1853 .- Roma 22 luglio 1932), pubblicista e scrittore, anarchico. È tra i numerosi anarchici presenti al domicilio coatto di Ustica sul finire dell’Ottocento la figura di maggior rilievo. La sua biografia, ricca e intensa sia nell’elaborazione teorica sia nell’azione politica e sociale, si può, infatti, identificare con la genesi e lo sviluppo dell’anarchismo stesso in Italia e all’estero. Rilevante inoltre l’influenza del suo pensiero nel Movimento anarchico internazionale. Aderì, giovanissimo, al repubblicanesimo mazziniano per spostarsi poi su posizioni anarchiche e socialiste. Tra il 1874 e il 1877 fu promotore di moti insurrezionali di stampo anarchico (il più eclatante quelli della Banda del Matese) subendo un arresto. Nel 1878 abbandonò l‘Italia iniziando una peregrinazione per molti paesi (Egitto, Siria, Libano, Francia, Svizzera e Inghilterra), dove fu molto attivo nella propaganda anarchica. Ne seguirono altri arresti, condanne, carcere ed espulsioni. Rientrato in Italia nel 1883, continuò nel suo impegno nella diffusione del comunismo-anarchico rivoluzionario e nella riorganizzazione degli anarchici dispersi dalle persecuzioni. Lascerà di nuovo l‘Italia per l‘Argentina. Lì, proseguì, per cinque anni, la sua attività di propaganda politica: altri arresti ed espulsioni. Dopo il suo rientro in Europa nel 1889, sostenne in vari paesi movimenti popolari insurrezionali nelle lotte per i diritti salariali e le libertà politiche, subendo ancora persecuzioni ed espulsioni. Nel 1893 sarà di nuovo in Italia a sostegno delle rivolte pre-insurrezionali dei Fasci siciliani e delle sue ripercussioni, specie nella Lunigiana con forte presenza anarchica. Con il fallimento che ne seguì, Malatesta fuggirà ancora una volta all’estero. I fallimenti registratisi lo indussero, ancor di più, alla necessità di una revisione critica delle strategie rivoluzionarie finalizzata a un più incisivo lavoro propagandistico, di formazione ideologica e di maggiore coesione delle masse popolari. Nonché al respingimento di forme di anarchismo individuale, ritenuto infruttuoso e nocivo degli interessi di classe.
Nel 1897 sarà quindi in Italia e attivo con iniziative di stampa (il settimanale L’Agitazione), nell’organizzazione anarchica e nelle lotte del movimento operaio in un contesto di dura repressione governativa in risposta ai moti popolari per il pane e il caro vita (1898) e che determinarono per gli anarchici arresti, carcere e invii al domicilio coatto, cui non sfuggì Malatesta, arrestato ad Ancona e dopo sette mesi di carcere inviato, nell'agosto 1898, a Ustica, e da lì a Lampedusa. Via Tunisi e Malta, ne riuscì a fuggire per raggiungere poi l'Inghilterra e gli Stati Uniti, dove si erano rifugiati molti anarchici dall’ Italia e dove riprese la sua attività di propagandista anarchico. Tornò in Europa nel 1900 in Inghilterra, che gli aveva concesso asilo politico con il divieto di svolgere attività politica. Poté ritornare in Italia nel 1919 (Ancona) promuovendo altre attività di stampa (direzione di Umanità nova) e con rinnovate aspettative nelle strategie politiche (alleanza fra le varie forze democratiche) per l’abbattimento dello Stato e del sistema di produzione capitalistico. Altri arresti e carcere per lui in seguito agli attentati terroristici imputati ad anarchici individualisti del 1921 a Milano, da cui ne uscì assolto. Con il fascismo al potere, nel 1922, la tipografia del suo giornale fu devastata e le pubblicazioni cessate. Non sopravvisse neanche la sua ultima iniziativa editoriale del 1924 (il quindicinale Pensiero e volontà) a causa di censura, sequestri e sabotaggi, e la cui fine fu suggellata dalle leggi liberticide del 1926. Malatesta non volle seguire la via dell’esilio scegliendo di rimanere in Italia, probabilmente con l'errata convinzione, peraltro da molti allora condivisa, del carattere temporaneo del fenomeno fascista. Sottoposto a continua sorveglianza nella sua casa di Roma, morì il 22 luglio 1932.

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Galleani Luigi (Vercelli 18 agosto 1861 - Caprigliola di Aulla 04 novembre 1931), commesso, anarchico. Studente in giurisprudenza, nel 1880 repubblicano, nel 1883 collabora con gli anarchici e socialisti torinesi e diventa propagandista intransigente dell’anarchia. Aderisce al Partito Operaio Italiano e promosse la Lega dei lavoratori. Dopo arresti, emigrò in Francia dove ha contatti con Malatesta e altri anarchici. Arrestato ed espulso, si spostò in Lussemburgo e in Svizzera dove fu arrestato. A fine 1890 rientrò in Italia e svolse intensa propaganda anarchica, subendo arresti e condanne e nel 1896 è assegnato al confino (Lipari, Pantelleria, Favignana, Ustica, Pantelleria). Nel 1900 evase dal confino e si rifugiò in Tunisia, Malta ed Egitto, dove lo raggiunse Maria Rallo, la donna di Pantelleria che fu sua compagna per tutta la vita e dove fondò l'Università popolare libera. Nel 1901 si trasferì a Londra e poi negli Stati Uniti, dove fu instancabile nella propaganda anarchica, subendo ancora arresti e condanne (definito «L’anarchico più pericoloso d’America»). Rientrato in Italia nel 1909, nonostante le precarie condizioni di salute riprese l'attività politica e scrisse per giornali anarchici. Arrestato nel 1920 dovette scontare un anno di carcere. Arrestato 1° nov. 1926, per offese al capo del governo, il 9 luglio 1927 venne assegnato al confino di Lipari per 3 anni. Liberato nel 1930.

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Giovanni Gavilli (Firenze, 7 marzo 1855 - Multedo di Pegli, Genova, 12 dicembre 1918), insegnante di lettere e musica, anarchico, confinato in esecuzione delle leggi crispine e destinato a Tremiti e poi trasferito a Ustica, dove il 19 agosto 1896 partecipò a una manifestazione «cantando inni sovversivi, inneggiando all’anarchia e gridando abbasso le bandiere nazionali» per contestare i festeggiamenti per il fidanzamento del principe di Napoli, futuro Vittorio Emanuele III, con Elena. Per questo fu denunziato all’autorità giudiziaria con altri 45 anarchici e sottoposto a un processo del quale si interessò la stampa che ne ha restituito una puntuale cronaca. I 46 anarchici furono difesi dagli avvocati Marchesano, Lovetere, Palmieri, Fardella, Paternostro; il Gavilli fu condannato a giorni 25 di carcere. Dopo il processo tutti gli anarchici, su richiesta del sindaco di Ustica, vennero trasferiti in altre isole. Gavilli sarà trasferito a Lampedusa e poi a Pantelleria. Gavilli era cieco. Di lui scrive Adamo Mancini nel suo volume Memorie di un anarchico: «Mi ricordo, che se Gavilli discuteva di politica era violento; ma se parlava di musica era mite come una farfalla. Oh, musica, forza potente e misteriosa, tu sola hai la facoltà di renderci migliori e di risvegliare in noi le reminiscenze del passato!»

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Galileo Palla (Aulla, Massa Carrara 23 giugno 1865 - Cararra 14 settembre 1944) commerciante, anarchico. Ancora giovanissimo manifestò simpatia per i movimenti rivoluzionari. A diciassette anni si trasferì in Egitto per sostenere i moti rivoluzionari dove conobbe Errico Malatesta e altri anarchici. Rientrato a Massa, frequentò l’ ambiente anarchico; nel 1884 con un gruppo di anarchici assistette i colerosi a Napoli. Perseguitato, si trasferì in Argentina con Malatesta, Pezzi e altri anarchici per promuovervi l’anarchismo. Nel 1889 in Francia conobbe Paolo Schicchi, Luigi Parmeggiani, Luigi Galleani; nel 1890 si trasferì in Spagna. Nel 1891 partecipò a Roma alla festa del 1° maggio finita con duri scontri con 8 morti e tanti feriti. Processato quale fomentatore degli scontri, venne condannato a 17 mesi di carcere. Nel 1894, particolarmente attivo nei moti della Lunigiana, fu assegnato al domicilio coatto condiviso con altri anarchici, tra cui Ristori e Galleani. Fu destinato a Porto Ercole, poi trasferito Favignana e quindi a Ustica, dove, nel novembre 1897, in prossimità delle elezioni, firmò il Manifesto dei socialisti anarchici ai lavoratori italiani, con il quale si promosse l’astensione dal voto. Trasferito a Pantelleria, nel luglio 1898 da corrispondente pubblicò nel periodico parigino Les Temps Nouveax l’elenco degli anarchici al domicilio coatto nelle varie isole. A fine pena si trasferì a Massa dove svolse attività sindacale. Con l’avvento del fascismo, anche se la sua attività si era affievolita, fu sottoposto a continui controlli.

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Emidio Recchioni (Russi, Ravenna, 14 ottobre 1864 – Nueilly-sur-Seine, Parigi, 31 marzo 1934), commerciante, anarchico. Iniziato all’anarchia ad Ancona, collaborò con diverse testate e nel 1894 fondò e diresse L’art. 248 su cui pubblicò lo scritto programmatico di Malatesta Andiamo tra il popolo. Il giornale subì vari sequestri, ma Recchioni impiegato alle ferrovie, nonostante la rigida sorveglianza del prefetto, svolse intensa propaganda. Il 28 giugno 1894 fu arrestato per sospetto coinvolgimento nell’attentato a Crispi di Paolo Lega e processato. Il 30 novembre 1895 fu assolto, ma due giorni dopo inviato al domicilio coatto di Tremiti, dove fu promotore di proteste e trasferito a Ustica rimanendovi fino al novembre 1896. Liberato con la condizionale, tornò ad Ancona e riprese l’attività sovversive, fu nel 1897 tra i fondatori del giornale L’Agitazione. Coinvolto in attentati, nel settembre 1897 venne assegnato al domicilio coatto e trasferito a Favignana per sei mesi, due a Lampedusa e, infine, per motivi di salute a Pantelleria dove conosce e strinse amicizia con l’anarchico Luigi Galleani. A fine pena, nel maggio 1899 emigrò a Londra, dove lavorò come commesso e come rappresentante di vini partecipando all’attività degli anarchici italiani. Fu tra i finanziatori della fuga di Galleani da Pantelleria e, nel 1901, tra i collaboratori del numero unico Cause ed Effetti. Nel luglio del 1909 acquistò un negozio di generi alimentari a Londra, il King Bomba, che divenne punto di riferimento degli anarchici della colonia italiana e di antifascisti inglesi; si occupò inoltre d’importazione di marmi e di graniti. Le iniziative intraprese gli consentirono di finanziare le attività politiche, giornali anarchici e compagni in difficoltà economiche. Nel 1913 finanziò il giornale Volontà; nel 1915 fece intensa propaganda contro la guerra rischiando l’espulsione; nel 1920 fu tra i fondatori e i finanziatori del quotidiano Umanità Nova. Contro il regime sostenne la necessità di opporsi alle violenze fasciste ritenendo grave errore la resistenza passiva. Nel 1931, ottenuta la cittadinanza inglese, continuò a impegnarsi nella propaganda antifascista sostenendo anche con articoli la necessità dell’eliminazione del duce per provocare la caduta del regime e a tale scopo lanciò una sottoscrizione con un suo contributo. Nei primi anni Trenta fu coinvolto in diversi veri o presunti attentati contro Mussolini, fra cui quello di Angelo Sbardellotto a Roma. Accusa, quest’ultima, che causò proteste del consolato italiano, il boicottaggio del suo negozio da parte dei fascisti, l’espulsione dalla Camera di Commercio Italiana e la messa al bando dalla comunità italiana subendo gravi danni e timori di rappresaglie che lo costrinsero a uscire armato. Gli ultimi anni della sua vita furono tormentati da una malattia alle corde vocali che gli impediva di parlare a volte per mesi. Ricoverato più volte, morì nel corso di un’operazione chirurgica alla gola il 31 marzo 1934.

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Oreste Ristori (Firenze, 12 agosto 1874 – Firenze, 2 dicembre 1943), mediatore, anarchico. Figlio di un pastore, giovanissimo aderì ai gruppi anarchici di Empoli e già a 17 anni fu coinvolto nell’incendio dell’esattoria comunale. Giudicato dalle autorità «anarchico esaltato, di pessimo carattere, contrario al lavoro capace di qualsiasi azione criminale», fu arrestato più volte, carcerato e mandato al domicilio coatto a Porto Ercole, da dove tentò la fuga; fu poi trasferito alle Tremiti. Qui partecipò a una rivolta capeggiata dagli anarchici. Processato per incitamento alla violenza, finì a Pantelleria. Tornato in libertà, è attivissimo ed entrò in clandestinità ma, arrestato, fu rimandato al domicilio coatto a Ventotene. Di nuovo liberato, tornò attivo a Empoli e, ricercato dalla polizia, nel 1898 fuggì da clandestino a Marsiglia. Rimpatriato, il 23 ottobre 1898 fu inviato al domicilio coatto per 5 anni a Favignana, da dove, nell’ottobre del 1899, fu trasferito a Ponza. Qui conobbe Luigi Fabbri col quale nel marzo 1900 organizzò una manifestazione per commemorare la Comune di Parigi. Scoperto nel maggio 1900, fu trasferito a Ustica dove subirà diverse condanne (30 giorni al “Fosso” a pane e acqua; 2 mesi di carcere a Palermo). Al confino consolida la sua fede politica. Nel 1902 emigra da clandestino in Argentina, dove fu attivista nel movimento anarchico locale e per questo ricercato dalla polizia e rimpatriato. Riuscirà però a fuggire riparando in Uruguay per poi fare rientro in Argentina. Nuovamente arrestato e rimpatriato, sarà protagonista di una nuova e rocambolesca fuga scendendo dalla nave durante uno scalo intermedio a Montevideo. In seguito (1903) sarà ancora a Buenos Aires. Altro arresto nella capitale argentina, nuova fuga e rifugio a Montevideo. Impossibilitato a rientrare in Argentina, si trasferì a San Paolo in Brasile, dove continuò, come fatto in tutto il suo peregrinare sudamericano, a svolgere intensa attività anarchica anche attraverso il periodico La Battaglia, da lui fondato. Nel 1936 venne arrestato e rimpatriato in Italia da dove, pur se sorvegliato, fuggì in Spagna per partecipare alla lotta antifranchista. Dalla Spagna, verso la fine della guerra civile, raggiunse la Francia. Con lo scoppio della Seconda guerra mondiale, sarà arrestato, confinato e poi estradato in Italia dal governo francese nel 1940. Giunto in Italia, sarà obbligato al soggiorno a Empoli. Nel 1943, per aver partecipato alle manifestazioni dopo la caduta del fascismo, fu arrestato e incarcerato alle Murate a Firenze. Il 2 dicembre 1943 fu fucilato con altri compagni dai nazifascisti come rappresaglia per l’uccisione del comandante del distretto militare repubblichino di Firenze. Si narra che Ristori morì fumando la sua pipa e cantando l’Internazionale.

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Gaspare Vergine (Corigliano D’Otranto, Lecce, 1775 – Palermo 7 agosto 1843) è uno dei tanti sacerdoti relegati a Ustica dai Borbone. Risulta essere a Ustica il 22 dicembre 1830 ma non è escluso che sia arrivato prima; è negli elenchi dei relegati del 1833, del 1836 e del 1842. Stando a quanto scrive G. Tranchina (Tranchina, L'isola di Ustica, 1885-1886, pp. 52-53) nel 1841 il sindaco Domenico Tranchina con senso civico lo sostenne in una causa intentata a suo carico per un piccolo furto di verdure fatto a sua insaputa dal servo. Accusato di usura venne carcerato nelle «grandi prigioni» di Palermo ma venne difeso dal sindaco stesso e dal 2° eletto di Ustica che sostennero che le false accuse fossero fatte da persone che volevano estinto un debito contratto col sacerdote. Morì in carcere nel 1843, prima di essere ricondotto a Ustica per continuare a scontare la relegazione.

Nota

Secondo il Regolamento per la spedizione, pel trattamento, per la disciplina e liberazione de’ relegati del 22 novembre 1825 ai sacerdoti veniva riservato un trattamento particolare in segno di rispetto del loro ministero: «il Comandante militare, ad oggetto di conservare in essi la dignità del carattere di cui son decorati, procurerà che nei locali del governo non sieno i medesimi confusi con altri rilegati, ma che vi abbiano, per quanto è possibile, alloggio separato» (art. 26); il sacerdote in quanto relegate «per pubblico interesse» «avrà il giornaliero sussidio di baiocchi venti» [il doppio di quanto previsto per relegati per condanna, ossia i "comuni"] (art. 23); «Gli Ecclesiastici verranno esentati dalla visita [appello] in pubblico cogli altri relegati. Il comandante militare per assicurarsi della loro esistenza nell'isola potrà disporre che privatamente si presentino a lui nel tempo e luogo che egli determinerà» (art. 28); «Non potranno sottoporsi a battiture [frustate] per mancanze disciplinari, o pe’ reati eccettuati gli ecclesiastici. In luogo di questa pena, potrà loro infliggersi quella della detenzione, di cui potrà essere prolungato il periodo fino a sei mesi» (art. 44).

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Adamo Mancini (Imola (Bologna), 6 febbraio 1859 – Imola, 18 gennaio 1928), calzolaio, anarchico, nel 1880 fu tra i fondatori del Circolo Socialista di Imola del quale divenne segretario dall’anno successivo. Nel 1881 ricevette la prima condanna per avere promosso la pubblicazione dei primi numeri di L’Avanti!. Nel 1883 costituì la Sezione imolese dell’Internazionale. Ammonito per oziosità, nel 1884 venne arrestato per aver affisso un manifesto anarchico inneggiante alla Comune di Parigi. Le accuse rivolte durante il processo al governo e alla magistratura per il lungo carcere preventivo lo terranno in carcere sino al 1886. Attivissimo nella promozione del movimento socialista-anarchico, collaborò intensamente con «La Rivendicazione», «La Plebaglia», «La Propaganda», «I Miserabili», «I Malfattori» e tante altre testate che proliferarono negli anni successivi firmandosi con lo pseudonimo “Romagnolo”. Nel 1894 fu arrestato mentre partecipava alle agitazioni contro le leggi crispine e condannato a 3 anni di domicilio coatto; passò per le carceri di Pistoia, di Livorno, del Monte Argentario, di Napoli, Palermo e infine, nell’agosto del 1895, arrivò a Ustica.

A Ustica fu uno dei 46 confinati anarchici che il 19 agosto 1896 inscenarono una manifestazione per le vie dell’isola «cantando inni sovversivi, inneggiando all’anarchia e gridando abbasso le bandiere nazionali» per contestare i festeggiamenti per il fidanzamento del principe di Napoli, futuro Vittorio Emanuele III, con Elena. Ne seguì la loro denunzia e un processo a cui si interessò la stampa. Anche il Consiglio Comunale protestò. Il processo si svolse a Palermo tra il 17 e il 23 settembre successivo. Dopo il processo, tutti gli anarchici, su richiesta del sindaco di Ustica, vennero trasferiti in altre isole: Mancini fu destinato a Pantelleria. Prosciolto. Il 5 novembre 1896 rientrò a Imola e riprese la sua attività pubblicistica contestando anche i socialisti sino alla morte.