Tappa n. 11Il Calvario e Giuseppe Scalarini

«La mia casa era composta da tre stanze e la cucina; in questa c’era il pozzo, la latrina e la gabbia delle galline. Attraverso l’inferriata si vedeva tutta la Sicilia dalle Lipari a Palermo. Che incanto!»
Giuseppe Scalarini
Calvario
Calvario

Il Calvario, alle falde della Falconiera, è il primo edificio religioso eretto sull’isola.
Fu realizzato nel 1766 per iniziativa popolare stimolata dal cappellano militare Don Giuseppe Grimaldi per invocare la pioggia. Con provvedimento del 7 novembre 1766 l’Arcivescovo di Palermo Serafino Filangeri concesse indulgenze ai fedeli oranti al Calvario.
Calvario è il toponimo dato alla via e al rione.

Calvario e Borgo San Francesco erano i due rioni con maggior numero di abitazioni in locazione a confinati.
L’ultima casa a destra salendo per la via Calvario era abitata da Giuseppe Scalarini, il famoso vignettista dell’Avanti! confinato a Ustica, al quale il Comune ha intitolato il Belvedere attiguo.
Sul Belvedere Scalarini nel 1934 fu realizzato uno dei sette “cameroncini” ubicati sulle strade di uscita dal centro abitato. Inizialmente erano posti di guardia, ma poi alcuni vennero utilizzati per alloggiare donne confinate. In questo, ai piedi del Calvario, nel 1935 fu alloggiata Cesira Fiori, nel 1942/43 un gruppo di 6 confinate e 75 internate della ex Jugoslavia, nel 1945 Maria Occhipinti (moti del “Non si parte”).

Via Calvario. Scalarini abitò la prima casa a sinistra nella foto
Via Calvario. Scalarini abitò la prima casa a sinistra nella foto
Cameroncino del Calvario
Cameroncino del Calvario

Lo Stato garantiva ai confinati l’alloggio in locali demaniali detti “cameroni” appositamente costruiti o presi in affitto da privati. Erano stanzoni privi di servizi igienici, senza acqua corrente e illuminati a candela sino al 1933, quando sull’isola fu impiantato un generatore d’energia elettrica che funzionava solo dal tramonto all’alba. L’arredamento era essenziale: un pagliericcio, lenzuola e cuscino con cambio mensile (in estate quindicinale), sgabello, candela, coperta solo in inverno, brocca per l’acqua. Nell'ora stabilita, annunziata da una tromba, previo appello i confinati comuni vi venivano rinchiusi dal tramonto al sorgere del sole. Un coatto, detto "catenacciaio", con catenacci a tracollo, accompagnava le guardie.

Era sempre stato consentito ai confinati di prendere in locazione una casa all'interno del centro abitato per abitarla con la famiglia o con altri confinati. Occorreva in ogni caso l’autorizzazione della direzione della colonia previo accertamento che l’abitazione fosse sorvegliabile, avesse cioè inferriate alle finestre, porta con cancello o dispositivo di chiusura a catenaccio. Solo ai deportati libici fu consentito di abitare in campagna.
Accertati i requisiti, l’abitazione veniva iscritta in apposito registro con indicato il nome degli occupanti e contrassegnata da una targa con numerazione progressiva e con la scritta ABITAZIONE CONFINATI su fondo arancione o ABITAZIONE COATTI su fondo bianco, in modo da individuare le porte da chiudere con catenaccio.

Abitazione confinati
Abitazione confinati
Poliziotto con “catenacciaio” rinchiude i confinati comuni. (La Settimana INCOM Illustrata, n. 43, 22 ott 1955)
Poliziotto con “catenacciaio” rinchiude i confinati comuni. (La Settimana INCOM Illustrata, n. 43, 22 ott 1955)

Per tutti, comuni e politici, all’ora stabilita le guardie facevano l’appello; le abitazioni dei confinati politici, a differenza di quelle dei comuni, non venivano chiuse dall’esterno, ma non se ne poteva uscire senza un permesso della direzione; durante la notte poliziotti e la militi effettuavano ulteriori controlli sia nei cameroni che nelle case; nel 1927, dopo gli arresti del 10 ottobre per il presunto complotto insurrezionale ordito dai confinati politici sull’isola, i controlli divennero frequenti e assillanti ed effettuati distintamente da guardie, militi e carabinieri: una vera tortura aggiuntiva.

Tra le prescrizioni riassunte anche nella carta di permanenza, una sorta di documento di identità da esibire nei controlli, tra gli obblighi dei confinati era chiaramente annotato «non frequentare osterie o altri servizi pubblici». Nella foto il permesso con firma autografa del direttore della colonia concesso a Scalarini per festeggiare l’arrivo della moglie e delle due loro bambine. Due erano le concessioni straordinarie: accedere al «caffè Caserta», una stamberga in cui si poteva consumare anche un pasto e sostare fuori casa per un’ora oltre le 21 canoniche.

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Umberto Vanguardia nato a Napoli il 19/05/1879, pubblicista, anarchico schedato dal 1892. Più volte condannato per propaganda sovversiva. Arrestato nel novembre 1926 fu confinato (Pantelleria, Ustica, Ponza). A Ustica il 10 ottobre 1927 venne arrestato e deferito al TSDS con altri 38 confinati politici con l’accusa di ricostituzione del partito comunista, di fondazione di un fronte unico e di tentata evasione per «fare insorgere in armi gli abitanti del Regno contro i Poteri dello Stato» (verbale di arresto del 10 ott. 1927 in ACS, TSDS, b. 104, vol. I, p. 22). Con i coimputati, malgrado il mare fosse in gran tempesta, venne tradotto all’Ucciardone con una nave cisterna che impiegò dieci ore per raggiungere Palermo. Il 14 giugno 1928, conclusa l’istruttoria, fu tradotto al carcere di Napoli e il I agosto 1928, prosciolto per difetto di indizi di reità con sentenza 223 depositata 19 novembre 1928, venne trasferito a Ponza. Liberato nel febbraio 1930.
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Giuseppe Scalarini (Mantova, 29 gennaio 1873 – Milano, 30 dicembre 1948), disegnatore, socialista, fervente pacifista e antimilitarista, fu il maggiore caricaturista politico italiano; attivo in Italia e all’estero, fondatore del Merlin Cocai, collaboratore dell’Asino. Schedato dal 1898 per i suoi graffianti disegni antimilitaristi e antigovernativi, fu condannato ma evitò l’arresto fuggendo all’estero (Austria, Germania, Inghilterra, Belgio, Lussemburgo, Francia) dove collaborò con le maggiori testate satiriche. Rientrato in Italia, dopo esperienze lavorative in Istria e nel Ticino, nel 1911 fu assunto dall’Avanti con cui collaborò sino al 1925 «producendo oltre 3700 inconfondibili vignette. I bersagli, più che singoli personaggi politici, sono temi universali e d’attualità: la guerra, la voracità del capitalismo, lo sfruttamento del proletariato, lo squadrismo fascista, la monarchia imbelle». Perseguitato dal fascismo, a novembre del 1926 subì una violenta aggressione squadristica che gli procurò la frattura della mandibola. Uscito dall’ospedale, il 1° dicembre successivo venne arrestato, confinato per 5 anni, ridotti a 3 in appello, e destinato a Lampedusa; il 15 marzo 1927 fu trasferito a Ustica, dove restò sino al 7 novembre 1928. Liberato nel novembre 1928, gli sarà proibito firmare le proprie opere. Subito dopo l’entrata in guerra dell’Italia, il 15 luglio 1940 viene nuovamente arrestato e internato a Istonio (oggi Vasto) e poi a Bucchianico. Liberato nel dicembre 1940, resterà vigilato. Nel 1943 sfuggì all’arresto della polizia di Salò. Nel dopoguerra riprese la collaborazione con l’Avanti! e altri giornali. Perdette l’amata Carolina, che sposò in punto di morte nel 1943, e la figlia Giuseppina, nel 1945. Morì a Milano il 30 dicembre 1948. Di lui restano 13.000 disegni e alcuni scritti, tra cui Le mie isole pubblicato da Franco Angeli nel 1992 nel quale raccolse le sue memorie sulla vita di confino da lui vissuta a Lampedusa, Ustica ed Estonio, una testimonianza ricca di dettagli che ha agevolato la ricostruzione di quella esperienza sua e di tanti altri antifascisti.

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Cesira Fiori (Roma, 25 novembre 1890 - Roma, 9 gennaio 1976) di Massimo e di Giuliana Mora Morunti, iniziò la sua professione di insegnante elementare nelle scuole rurali di Velletri e dal 1915 proseguì da titolare a nelle scuole statali di Roma. Iscritta nel Partito socialista dal 1905, s’impegnò nella campagna antimilitarista, nel sindacato dei maestri e per l’emancipazione femminile. Nel 1921 aderì al Partito comunista e si impegnò attivamente contro il fascismo sin dalla prima ora. Nel 1923 il suo libro Il Lazio, sulla storia, le leggende e gli usi e costumi della regione venne adottato nelle scuole elementari e medie del Lazio. Nel 1928 il suo libro fu bandito e la Fiori licenziata per motivi politici. Si mantenne con lezioni private e intensificò la sua attività antifascista. Fu arrestata il 27 apr. 1933 con P. Grifone, D. Leone, D. Marini, M. Marroni e il figlio adottivo Mario Mammucari (nato da una precedente relazione del proprio compagno Augusto Mammuccari, morto giovane), con l'accusa di ricostituzione del partito comunista e rinchiusa nelle carceri di Roma e poi di Perugia. Il 15 gen. 1934 le furono comminati cinque anni di confino e venne destinata a Ponza. Nel 1935 trasferita a Ustica, dove giunse il 4 aprile rimanendovi fino al 13 settembre dello stesso anno, poi trasferita a Maratea per motivi di salute. Nel 1938, scaduto il periodo, venne mantenuta al confino. Nel maggio del 1939 fu trasferita a San Demetrio nei Vestini per ricongiungersi col marito Umberto Cumar col quale e con altri comunisti dopo il 25 luglio 1943 diede vita un’organizzazione clandestina poi confluita nella banda partigiana Giovanni De Vincenzo operativa sul Gran Sasso. Scampò all’arresto, grazie alla spiata del comandante della locale stazione dei carabinieri. Nel giugno 1944 fu nominata sindaco di San Demetrio dal locale CLN e restò in carica per cinque mesi. Ritornata a Roma, nell'ottobre 1944, la Fiori riprese l'insegnamento nelle scuole e si dedicò all'organizzazione del sindacato degli insegnanti. Fu membro della commissione cultura del Comitato centrale del Partito Comunista. Cesira Fiori oltre alla attività politica e sindacale svolse anche una intensa attività letteraria pubblicando numerosi racconti e novelle anche in lingua russa e pubblicato libri autobiografici. Tra questi Una donna nelle carceri fasciste (1965), dove viene rievocata anche la realtà confinaria a Ustica e le asprezze repressive alle quali il regime l’aveva destinata.

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Maria Occhipinti (Ragusa 29 luglio 1921 - Roma 20 agosto 1996), giovane popolana, iscritta alla Camera del lavoro e comunista dissidente, partecipò ai moti del Non si parte di cui fu elemento di spicco. Dette di fatto inizio a Ragusa alla rivolta popolare, stendendosi a terra, incinta di alcuni mesi, davanti al camion militare per impedirgli di partire con il suo carico di giovani coscritti. Da pasionaria fu anima e guida della rivolta. Resasi latitante insieme al comunista rivoluzionario Erasmo Santangelo, fu con lui arrestata dopo pochi giorni e mandata al confino di Ustica. Sull’isola fu in prima fila in una manifestazione non autorizzata per festeggiare il Primo maggio e la notizia della fine della guerra: per questo fu arrestata e rinchiusa nel carcere delle Benedettine di Palermo. Liberata solo il 7 dicembre 1946, nonostante l’amnistia del giugno precedente. Lasciata dal marito e respinta dagli amici, lasciò Ragusa per guadagnarsi da vivere in varie città italiane ed estere, svolgendo le mansioni più disparate e frequentando circoli comunisti e anarchici. Fu attiva sino alla fine partecipando a convegni e dimostrazioni per promuovere l’emancipazione femminile. In occasione del parto della figlia a Ustica, nel marzo 1945, trovò assistenza e solidarietà da parte di alcune donne usticesi tra cui Angelina Ailara Natale e Maria Bertucci Giordano, successivamente anche prodighe di premure e attenzioni per la puerpera con donazioni di vestiario. Ritornerà due volte a Ustica nel giugno 1977 e nell’agosto 1980 con la figlia Marilena per rivedere i luoghi e le persone che aveva conosciuto e che le erano state vicine in quei mesi di soggiorno per i fatti del Non si parte.

Alfredo Misuri
Alfredo Misuri

«Notti usticesi. Quando sta per annottare e suona la ritirata coatti e confinati si affrettano a raggiungere i loro alloggi o i loro cameroni. Ronde formate da un brigadiere di polizia, due poliziotti, due carabinieri e due militi, vanno a verificare, camerone per camerone, che la ritirata avvenga regolarmente. Ruolino alla mano, si fa l’appello. Chi manca sarà ricercato; chi tarda sarà portato al Fosso. Luogo di punizione confinario ove trovasi una serie di celle malsane, attorno al quale corrono spaventose leggende di fustigazioni a sangue con nervi di bue. Finito l’appello s’avanza un coatto decorato di una bandoliera di cuoio dalla quale pendono enormi lucchetti: è una specie di esecutore di giustizia, uomo di fiducia della polizia: il catenacciaio. Questi applica al cancello del camerone il lucchetto adatto e chiude in gabbia i suoi compagni, sino alla mattina seguente. Il giro dura un pezzo. Tra il brusio che si innalza dal paese, vengono sino a noi, quando il vento è favorevole, gli appelli imperiosi, le apostrofi che paiono scudisciate, le risposte remissive, o le scuse umili, o le ribellioni violente.
Annotta ancora. Al brusio succede il silenzio; le ronde si ritirano. L’aria triste trasporta sino a noi i singhiozzi di canzoni carcerarie o la beffa dolorosa di canzoni della malavita. Suona il silenzio. La notte sta per prendere gli uomini nella sua tregua.
Nelle notti calme e serene il paese gode dell’illuminazione lunare gratuita; quando la luna non c’è, i coatti lampionai hanno fornito di petrolio i lampioni stradali sin dal mattino; quando la luna si leva tardi, da provetti conoscitori delle fasi lunari, hanno dosato il petrolio nei serbatoi in modo che l’ultima stilla si consumi e l’ultimo lucignolo si spenga quando sorge la luna. Sul mare palpitano luci che si dondolano sulle barche immerse per buon tratto nell’oscurità. I marinai pescano con la lampara: pescano a purpetelle / ‘e lampe ‘e fuoco vivo / a poppa ‘e paranzelle come canta il poeta del mare e dei marinai, Salvatore Di Giacomo.
Ma il silenzio notturno è rotto dai clamori infernali della rissa che scoppia in qualche camerone, alla quale fanno eco altre risse in altri cameroni. La turbolenza è contagiosa, in questi serragli di uomini, come nei cerchi o nei giardini zoologici, dove basta che fenda l’aria un bramito o un ruggito, perché da tutte le gabbie il richiamo belluino sia raccolto e l’aria si riempia di bramiti e di ruggiti. Si sente, qualche volta, che la ronda accorre, reprime, porta i feriti all’infermeria, i feritori al Fosso, ma più sovente si lascia far. Si vedrà l’indomani quel che è accaduto.
Ma l’indomani non trapelerà mai nulla perché la omertà avrà ripreso il sopravvento sull’ira, un chirurgo coatto avrà tamponato, con mezzi di fortuna, le ferite, ed avrà fatto magari, Dio sa come, anche qualche sutura, allorché il medico non sappia e non riferisca e la Direzione non intervenga negli affari privati dei coatti. In quelle sere si ha un bell’essere o voler essere padroni di sé. Un nodo prende alla gola in quel carcere all’aperto a contatto con la rivelazione bestiale della umanità». (A. Misuri, “AD BESTIAS!” (Memoria d’un perseguitato), Roma durante l’occupazione tedesca, 1944, pp. 236-238).

Le casermette
Negli anni Trenta del Novecento, per rafforzare il controllo dei confinati costretti all’intermo dell’abitato furono costruite sette casermette all’uscita dal paesino con la funzione di posto di blocco per impedire ai confinati l’accesso alle campagne. Nel 1942/43, la colonia confinaria di Ustica fu adibita anche a campo di internamento per civili provenienti sia da territori nazionali del nord est sia dalla Slovenia e dai Balcani, in seguito alla politica di italianizzazione forzata e alla occupazione militare italiana di quelle terre, contrastate dalla dissidenza e dalla resistenza armata. In quegli anni i confinati e gli internati sull’isola erano 2.622 e cinque casermette furono trasformate in “cameroncini”, dormitori nei quali vennero alloggiate 81 donne internate (75 di etnia slava e 6 italiane). Mantennero la loro funzione iniziale la casermetta di Via Petriera e quella sulla strada dell’Oliastrello di accesso alla Torre Santa Maria.
Ora solo quella di Via Petriera appartiene al Comune; le altre sono state vendute a privati.