Tappa n. 19Il generale, l’avvocato e il biologo

«Il generale scese dalla barca, e un signore in doppio petto gli reggeva l’ombrello. Poi un codazzo di altre uniformi lo scortò su su per la stradetta tra due file di carabinieri col pennacchio impalati sull’attenti. Già, spettavano gli onori militari al generale agli arresti confuso tra galeotti e mafiosi».
Otello Terzani, confinato politico
Via Appennini
Via Appennini

Via Appennini è un toponimo "vittima" dell’insegnamento forzato della lingua italiana di ottocentesca memoria. Originariamente la via era infatti indicata col termine Pinnina (in siciliano, percorso con forte pendenza). Invero sarebbe stato più appropriato mantenere il toponimo originario, dato che la strada è realmente molto ripida. La strada collega il centro abitato al borgo medievale delle Case Vecchie, costruito in posizione strategica sufficientemente lontana dalla Cala Santa Maria per un’agevole fuga nelle campagne in caso di attacco dei corsari.

In questa casa di Via Appennini abitò il generale Roberto Bencivenga, deputato eletto nelle liste dell’opposizione costituzionale e aventiniano. Era arrivato a Ustica nel dicembre del 1927 con traduzione straordinaria, scortato da militari graduati e ricevuto con tutti gli onori da due file di carabinieri col pennacchio impalati sull’attenti lungo il tragitto sino alla direzione della colonia. Fu per Ustica uno spettacolo. La vita sull’isola era molto cambiata dopo gli arresti di Bordiga e di altri 55 confinati politici dell’ottobre 1927: erano state fatte chiudere la scuola di cultura (vedi tappa 4) e tutte le attività sociali organizzate dai confinati; la polizia era stata dotata di un motoscafo e di mitragliatrici ed erano stati moltiplicati i controlli; era stato deciso il trasferimento a Ponza e a Lipari dei confinati politici, che partiranno nel luglio del 1928. La colonia verrà ricostituita con mezzo migliaio di delinquenti d’ogni sorta. Il generale, che era accompagnato dalla sorella, restò sull’isola con pochi altri confinati politici che avevano con sé familiari, ma la loro vita divenne più riservata. I controlli diventarono più rigidi, al punto che, quando, nel febbraio 1928 arrivò il prefetto Mori per inaugurare il Monumento ai Caduti, i confinati politici furono consegnati nelle loro abitazioni sino alla sua partenza. Non fu così per i coatti, che invece furono coinvolti nella sfilata con saluto romano al prefetto, che dedicò loro parte del suo intervento spronandoli all’adesione al fascismo. Per il generale Bencivenga e per Misuri, sospettati di organizzare una loro evasione, i controlli si fecero più asfissianti: due carabinieri piantonarono giorno e notte il terrazzo della loro casa e un altro l’ingresso sulla strada, già sorvegliato dalle sentinelle della milizia, mentre più volte a notte passava la ronda della polizia. Salutati con affetto dagli amici usticesi e accompagnati dal direttore della colonia, ambedue lasceranno l’isola nell’agosto 1929 perché trasferiti a Ponza.

Casa abitata dal 1927 al 1929 dal generale Roberto Bencivenga; sullo sfondo la casa rossa abitata da Misuri.
Casa abitata dal 1927 al 1929 dal generale Roberto Bencivenga; sullo sfondo la casa rossa abitata da Misuri.
Slargo di Via Appennini da cui si accedeva ad alcuni cameroni di Via Petriera
Slargo di Via Appennini da cui si accedeva ad alcuni cameroni di Via Petriera

Più giù, lo slargo conduceva ad altro ingresso dei cameroni di Via Petriera (tappa 16), che nel 1954 furono destinati a numerosi pastori sardi mandati al confino per condotta malavitosa o perché in attesa di giudizio. In quello slargo, prima di essere rinchiusi, essi davano spesso spettacolo con i loro caratteristici canti e balli.

Tra i sardi vi era anche una donna, Antonia, sorella ventenne del famigerato fuorilegge Pasquale Tanteddu di Orgosolo, la quale alloggiava in una casa vicina (sulla strettoia appena più in basso, Via Croce) dove nel 1942 sarà ospitata anche Paolina Rocchetti, moglie di Guido Picelli, volontario nella guerra civile spagnola e morto combattendo.

Casa abitata da Paolina Rocchetti e da  Antonia Tanteddu
Casa abitata da Paolina Rocchetti e da Antonia Tanteddu
Casa abitata da Alfredo Misuri
Casa abitata da Alfredo Misuri

Riprendendo il percorso, all’angolo con la Via Oliastrello, un’altra casermetta e, svoltando a sinistra, l’abitazione di Alfredo Misuri; di fronte a quest'ultima il gorgo Caezza, una vasca di raccolta di acqua piovana un tempo usata per abbeverare greggi e armenti. Misuri, docente universitario di zoologia, era un deputato fascista dichiarato decaduto, espulso dal partito e confinato per contrasti con Mussolini. È autore di “Ad bestias!” (Memorie di un perseguitato), che contiene anche un dettagliato racconto della vita confinaria a Ustica dal 1927 al 1929.

A monte del gorgo è la casa abitata dall’avvocato Alfredo Tucci anche lui confinato politico. L'avvocato, raggiunto dalla moglie, insegnava ai figli di confinati e matematica nella scuola di cultura.
Più avanti, verso la contrada Oliastrello, un’altra casermetta posta all’imbocco con la via che conduce alla Torre Santa Maria, prossima e ultima tappa di questo percorso. Poco oltre questa casermetta, un breve tratto della vecchia strada Oliastrello acciottolata dagli internati slavi è stato lasciato integro in loro ricordo. Con l’avanzare della guerra la malnutrizione degli internati aveva raggiunto livelli insostenibili (giornalmente veniva loro garantito solo una brodaglia con qualche filo di pasta e pochi legumi previa trattenuta obbligatoria di 70 centesimi dalla mazzetta e meno di 200 grammi di pane). Pertanto, il 5 luglio 1942, il Ministero concesse ai prefetti la facoltà di impiegare «con corrispettivo» gli slavi in lavori pubblici (Ghini, Dal Pont, Gli Antifascisti al confino. Storie di uomini contro la Dittatura 1926-1943). A Ustica gli internati vennero impegnati nella realizzazione del selciato del tratto iniziale della strada dell’Oliastrello tra Gorgo Caezza e zona campi sportivi. Il «corrispettivo» per una giornata di lavoro consisteva in appena 100 gr di pane in più al giorno, che non era sufficiente a compensare le energie sprecate nel lavoro. Sopperiva, talvolta, la carità di qualche contadino che dava loro fichi secchi o l’opportunità di raccogliere erbe e fichidindia. Per sopravvivere, gli internati ingoiavano tutto ciò che poteva essere trovato nelle campagne, anche gatti e serpentelli.

Casa abitata da Alfredo Tucci
Casa abitata da Alfredo Tucci
Ustica 1928. Il molo dalla vita brevissima
Ustica 1928. Il molo dalla vita brevissima

 La foto è tratta da una cartolina celebrativa della costruzione della banchina Barresi e del frangiflutto di difesa. Entrambe le opere, ultimate nel 1928, non ressero al temporale dell'inverno successivo e la banchina ridotta a un mozzicone fu riattata alla meglio solo nel 1930. L’opera, promessa dal re durante la sua breve visita del 1906, sarà finanziata nel 1915. La banchinetta riattata sostituì il pontile di legno mobile e svolse la sua funzione sino al 1963 quando la nave poté attraccare alla banchina SAILEM. Oggi, la banchina Barresi, ampliata, è al servizio delle barche da diporto.

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Amadeo Bordiga (Ercolano, Napoli, 13 giugno 1889 – Formia, Latina, 23 luglio 1970), ingegnere, giornalista, socialista dal 1910, nel 1921 fu tra i fondatori del PCd’I e suo leader indiscusso. Arrestato a Roma il 26 ottobre 1923, grazie alla sua eloquenza viene assolto; liberato riprende con fervore l’attività. Sconfitto nella battaglia interna al partito, si dimise dal Comitato Centrale costituendo un gruppo di minoranza nel 1924 quando fu nominato segretario Antonio Gramsci. Arrestato a Napoli il 20 novembre 1926, il 22 fu condannato a 3 anni di confino a Ustica dove giunse il 9 dicembre 1926. A Ustica coabitò con Gramsci e con lui organizzò sin dai primi giorni la scuola dei confinati e le mense autogestite. Durante la sua permanenza sull’isola fu protagonista attivissimo nella conduzione della scuola e in molte attività dei confinati. Il 10 ottobre 1927 venne arrestato e deferito al TSDS con altri 55 confinati politici con l’accusa di ricostituzione del partito comunista, di fondazione di un fronte unico e di tentata evasione per «fare insorgere in armi gli abitanti del Regno contro i Poteri dello Stato». Con i coimputati, malgrado il mare fosse in gran tempesta, venne tradotto all’Ucciardone con una nave cisterna che impiegò dieci ore per raggiungere Palermo. Il 14 giugno 1928, conclusa l’istruttoria, fu tradotto al carcere di Napoli e il 1° agosto 1928, prosciolto, venne trasferito a Ponza. Liberato il 21 novembre 1929. Espulso dal PCI nel 1930 per la sua attività frazionistica trotzkista, si ritirò a vita privata astenendosi dall’attività politica pur restando coerente alla sua fede marxista. Resterà vigilato sino al 1943, nonostante fosse stato espulso dal PCI. A Ustica Gramsci e Bordiga consolidarono una forte e sincera amicizia. Bordiga ricordò quegli anni nell’intervista rilasciata a Osser nel giugno 1970: «I rapporti di amico, oltre che di compagno, che avevo sempre avuto con Antonio che certamente meritava tutta la mia ammirazione, furono sempre cordialissimi. La nostra ultima convivenza in ambiente che ben può dirsi di partito, risale all'anno 1926, quando entrambi fummo condotti al confino nell'isola di Ustica. In quel periodo, allorché con un uditorio di altri confinati veniva in discussione un problema che interessasse i nostri principii e il nostro movimento, Antonio ed io, come per una tacita intesa, ci offrivamo di illustrare ai presenti la visione che l'altro propugnava sul tema esaminato. Con ciò, è chiaro che nessuno dei due voleva in qualche modo attenuare il proprio dissenso dal pensiero dell'altro e della sua corrente. La doppia esposizione si concludeva di regola con una reciproca conferma, chiesta ed ottenuta, di avere bene interpretato l'insieme delle concezioni dell'altro».

Umberto Vanguardia nato a Napoli il 19/05/1879, pubblicista, anarchico schedato dal 1892. Più volte condannato per propaganda sovversiva. Arrestato nel novembre 1926 fu confinato (Pantelleria, Ustica, Ponza). A Ustica il 10 ottobre 1927 venne arrestato e deferito al TSDS con altri 38 confinati politici con l’accusa di ricostituzione del partito comunista, di fondazione di un fronte unico e di tentata evasione per «fare insorgere in armi gli abitanti del Regno contro i Poteri dello Stato» (verbale di arresto del 10 ott. 1927 in ACS, TSDS, b. 104, vol. I, p. 22). Con i coimputati, malgrado il mare fosse in gran tempesta, venne tradotto all’Ucciardone con una nave cisterna che impiegò dieci ore per raggiungere Palermo. Il 14 giugno 1928, conclusa l’istruttoria, fu tradotto al carcere di Napoli e il I agosto 1928, prosciolto per difetto di indizi di reità con sentenza 223 depositata 19 novembre 1928, venne trasferito a Ponza. Liberato nel febbraio 1930.
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Otello Terzani (Arcidosso, Grosseto, 23 agosto 1899 - Roma 10 febbraio 1992), piazzista, comunista. Attivo dall’immediato dopoguerra, fu processato nel 1925 per vilipendio delle istituzioni e assolto. Arrestato nel dicembre 1926 per organizzazione comunista, fu confinato a Ustica per 5 anni, ridotti a 3 in appello. Liberato condizionalmente nell’agosto 1929, fu incluso nell’elenco delle persone da arrestare in determinate circostanze. Arrestato per analogo motivo nell’ottobre 1931, fu nuovamente confinato (Lipari, Ventotene, Ponza) per 4 anni. Fu liberato condizionalmente nel maggio 1935 e diffidato nel settembre 1939. Era ancora vigilato nel 1942.

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Roberto Bencivenga (Roma, 2 ottobre 1872 – Roma, 24 ottobre 1949), generale, fu deputato del Regno dichiarato decaduto e senatore della Repubblica nelle liste liberali. Da capitano dell’Esercito partecipò alla guerra di Libia nel 1911 e nel 1914 col grado di maggiore fu collaboratore del generale Cadorna. Promosso Colonnello ed entrato in conflitto con Cadorna, assunse il comando della brigata Casale e poi della brigata Aosta, guadagnando la medaglia d’argento. Nel 1919 lasciò il servizio attivo, col grado di generale di brigata e s’impegnò nel giornalismo e in politica. Nel 1924 fu eletto deputato nella lista di Giovanni Amendola e, impegnato antifascista, fu tra i promotori della secessione aventiniana. Nel 1926, dichiarato deputato decaduto, fu radiato dall’esercito per motivi politici e per contatti con la massoneria. Ripetutamente aggredito dagli squadristi. Dopo la morte di Giovanni Amendola fu segretario del partito Democratico liberale; ricoprì la carica di presidente dell’Associazione della stampa e aderì a Italia libera. Nel febbraio 1927 fu ammonito; fermato il 12 novembre 1927 per i suoi precedenti e per aiuti finanziari ai fuoriusciti, fu confinato per 5 anni e destinato a Ustica, dove stette dal 7 dicembre 1927 al 30 agosto 1929, quando fu trasferito a Ponza, e poi ad Agnone. Fu liberato il 6 novembre 1932 e ammonito il 13 luglio 1934. Prosciolto il 13 maggio 1935 restò vigilato sino al 1943. Dopo l’8 settembre 1943 partecipò alla Resistenza entrando a far parte del CLN; il 22 marzo 1944 assunse il comando del fronte militare clandestino su designazione di Badoglio. Dopo la liberazione di Roma lasciò il comando con una medaglia d’argento e la legione al merito americana, conferitagli dal gen. Clark e riprese l’attività politica; fu membro della Consulta ed eletto deputato alla Costituente nelle liste del fronte dell'Uomo Qualunque, e infine senatore di diritto. La sua fama è legata ai testi di critica storica sulla Grande Guerra che iniziò durante il periodo di confino e continuò negli anni Trenta fra tante difficoltà frapposte dal regime che lo sorvegliava con rigore.

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«C’era a Ustica anche Antonia Tanteddu, sorella del fuorilegge [Pasquale Tanteddu* ndr]: era un po’ la reginetta dei confinati. I sardi erano preoccupati perché era troppo bella».
(Vittorio Lojacono, I centoventi che nessuno vuole, in La Settimana INCOM Illustrata, n. 43, 22 agosto 1955, pp. 26-27).

Pasquale Tanteddu. «Condannato in contumacia dalla Corte di assise di Cagliari per i massacri di Villagrande e “sa verula”, imputato dell’omicidio di sei carabinieri, tentato omicidio di altri nove carabinieri, due rapine, associazione a delinquere, ecc. Venne assolto, sempre in contumacia, dall’accusa di omicidio nelle persone di Niccolò, Giovanni e Antonio Taras, ritenuti confidenti della polizia. La taglia, pagata nel 1954, per la sua cattura, fu di cinque milioni di lire. Tanteddu, viene descritto come un “bandito molto popolare” a Orgosolo, perché è opinione generale che egli, a differenza, per esempio, di Salvatore Giuliano, non ha mai commesso delitti contro i “poveri” e non ha mai voluto diventare servo dei “padroni”».

Paolina Rocchetti e Guido Picelli
Paolina Rocchetti e Guido Picelli

Paolina Rocchetti (Forlì, 6 ottobre 1900 – Palermo 3 aprile 1972), impiegata, comunista. Legò la sua vita a Guido Picelli, conosciuto dopo le cinque giornate di Parma quando, nel 1921, con gli Arditi del popolo difese la città dai fascisti. Condivise con Picelli il suo impegno politico come deputato molto impegnato nel partito socialista (dal 1924 passato al partito comunista) e lo aveva seguito, dopo che era stato dichiarato decaduto da Mussolini, al confino di Pari nel 1927. Per questo la Rocchetti fu licenziata dal lavoro che aveva a Roma. Il marito, scontati 5 anni di confino, l’aveva raggiunta a Milano dove Paolina Rocchetti lavorava presso la delegazione commerciale sovietica. Nel 1932 si trasferì con il Picelli a Mosca, risedendovi sino al 1936 e, lavorando lei come dattilografo, lui come insegnante di strategia e tattica militare alla scuola leninistica internazionale, ma anche come operaio in fabbrica. Nel 1936 fu a fianco del marito in Spagna, dove Picelli combatteva come vice comandante del battaglione Garibaldi nella guerra antifranchista e dove morì in battaglia o, forse, assassinato da sicari stalinisti per le sue posizioni trotzkiste. La Rocchetti rimase tenace antifascista e per questo fu confinata a Ustica tra il novembre 1942 e la caduta del fascismo. A Palermo, il 21 giugno 1948, sposò in seconde nozze Paolo Di Carlo, ma continuò a tener fino alla fine memoria del Picelli, del quale conservò un calco in gesso del viso, che aveva fatto realizzare da un artista in Spagna e che, alla sua morte, fu donato alla città di Parma.

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Alfredo Tucci (Viterbo, 1 febbraio 1894 – Genova, 20 luglio 1957), avvocato, socialista, dal 1924 comunista; ripetutamente fermato, fu arrestato nel novembre 1926 per organizzazione comunista e il 19 novembre 1926 confinato per 5 anni, ridotti a 3 in appello e destinato a Ustica dove giunse nell’aprile del 1927. Sull’isola fu attivo nella scuola di cultura ideata da Gramsci e Bordiga nell’insegnamento ai figli dei confinati. Il 10 ottobre 1927 fu arrestato e deferito al TSDS con altri 38 confinati politici con l’accusa di ricostituzione del partito comunista, di fondazione di un fronte unico e di tentata evasione per «fare insorgere in armi gli abitanti del Regno contro i Poteri dello Stato». Con i coimputati, malgrado il mare fosse in gran tempesta, venne tradotto all’Ucciardone con una nave cisterna che impiegò dieci ore per raggiungere Palermo. Il 14 giugno 1928, conclusa l’istruttoria, fu tradotto al carcere di Salerno e il I° agosto 1928, prosciolto con sentenza 223 depositata 19 novembre 1928, fu trasferito a Ponza e poi a Potenza, Palazzo S. Gervasio, Salandra. Liberato nel novembre 1929, fu iscritto nell’elenco delle persone da arrestare in determinate circostanze e gli fu vietato di esercitare la professione sino alla caduta del fascismo. Attivo nelle Resistenza a Genova, fu protagonista nell’insurrezione e liberazione di Milano. Eletto consigliere comunale a Genova nel 1946, fu anche assessore e, attivo tra i dirigente del PCI, assunse poi la presidenza della Federazione provinciale delle cooperative.

Le casermette
Negli anni Trenta del Novecento, per rafforzare il controllo dei confinati costretti all’intermo dell’abitato furono costruite sette casermette all’uscita dal paesino con la funzione di posto di blocco per impedire ai confinati l’accesso alle campagne. Nel 1942/43, la colonia confinaria di Ustica fu adibita anche a campo di internamento per civili provenienti sia da territori nazionali del nord est sia dalla Slovenia e dai Balcani, in seguito alla politica di italianizzazione forzata e alla occupazione militare italiana di quelle terre, contrastate dalla dissidenza e dalla resistenza armata. In quegli anni i confinati e gli internati sull’isola erano 2.622 e cinque casermette furono trasformate in “cameroncini”, dormitori nei quali vennero alloggiate 81 donne internate (75 di etnia slava e 6 italiane). Mantennero la loro funzione iniziale la casermetta di Via Petriera e quella sulla strada dell’Oliastrello di accesso alla Torre Santa Maria.
Ora solo quella di Via Petriera appartiene al Comune; le altre sono state vendute a privati.

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È femmina!

«Un giorno vennero a cercarmi dei pescatori [Misuri era docente di zoologia]. Avevano catturato una “fiera”, cioè un delfino.
Lo Stato paga, a chi cattura un delfino, distruttore terribile di reti, un piccolo premio, se è maschio; un premio doppio, se è femmina.
I pescatori avevano asportato i genitali al delfino. La larga ferita che mostrava presso l’ano veniva da essi attribuita a un colpo di rampone.
Intuii la piccola frode.
Il delfino era disteso, col ventre argenteo all’insù, sulla ghiaia della cala.
Il capitano di porto attendeva me per decidere.
Attorno si accalcavano i pescatori laceri, denutriti, con l’ansia del premio dipinta sui volti scarni riarsi dal sole e dalla salsedine, e i figli ancora più ansiosi per i piccioli che sarebbero piovuti in casa.
Sentenziai: ‘è femmina!’.
Un urlo di gioia proruppe dagli astanti. Erano duecento lire piovute dal cielo.
Avevo detto una pietosa bugia. Lo Stato vede sperperare tanto denaro che va a beneficio di gente immeritevole; per una volta avrebbe fatto corrispondere un premio più lauto a quella povera gente. Il capitano di porto prese atto del mio responso.
Io, però, raccomandai a qualcuno, affinché non credesse d’avermi «fatto fesso», di non dare colpi di rampone all’addome a un altro delfino nel quale potesse imbattersi, anche perché non sempre il rampone può trasformare il maschio in femmina».
Alfredo Misuri, “AD BESTIAS!” (Memoria d’un perseguitato), Roma durante l’occupazione tedesca, 1944, pp., p. 251