Tappa n. 16Confinati e internati

«Il sottoscritto si trova al confino perché non sente e non riconosce ciò che rappresenta il saluto fascista e non gli si può fare tale imposizione in quanto limiterebbe contro legge la sua libertà morale».
Isahac Menghistu, confinato politico
Camerone del mulino
Camerone del mulino

Il Mulino venne costruito sul finire dell’Ottocento dalla famiglia del parroco Ailara che introdusse sull’isola una «macchina a vapore della forza di sei cavalli con accessori per la molitura del grano» con l’avvertenza «che nessun pericolo vi è per la pubblica sicurezza degli abitanti e che questa industria, mentre torna a beneficio del paese, è di grande utilità per l'agricoltura» (atti Consiglio Comunale 1896). Nel 1906 i fratelli Caserta vi impiantarono un pastificio e la pasta usticese varcò l’oceano e fu venduta anche in Louisiana. A Ustica allora si produceva tanto grano da rendere l'isola quasi autosufficiente e si esportavano legumi (in specie lenticchie e fave), angurie e meloni gialli invernali e, in minor misura, patate e cipolle. Nel dopoguerra si produceva per l’esportazione anche il cotone.
Nel 1927 parte dell’edificio fu destinato a camerone per confinati politici.

Confinati politici a Ustica nell’aprile 1927
Confinati politici a Ustica nell’aprile 1927

Dopo l’approvazione nel novembre 1926 del TULS, il Ministero Interni per timore di fuga da Lampedusa e Pantelleria verso le coste africane designò Ustica e Lipari sedi del confino politico perché ritenute più sicure. Così sull’isola arrivarono 400 confinati politici, 100 di loro furono alloggiati nel vecchio mulino. Per far loro posto, venne trasferita la maggior parte dei confinati comuni (o coatti). I pochi rimasti, circa 50, furono però ben distinti dai “politici” ai quali era rigorosamente vietato di avere ogni forma di rapporto con loro; eccezioni vennero fatte per motivi di lavoro (molti coatti venivano impiegati per servizi presso famiglie o trattorie).

Interno dormitorio confinati
Interno dormitorio confinati

La scelta del divieto di frequentazione fra le due categorie di confinati era stata fortemente voluta da Mussolini nella prima fase dall’istituzione del confino politico. Ma in seguito perse vigore perché la macchina repressiva del regime, superato il “rodaggio”, si perfezionò concependo l’idea che la convivenza e la promiscuità fra i due gruppi avrebbero costituito per i politici una sorta di pena aggiuntiva costringendoli a convivere con ladri e assassini.

Ustica è testimone di questa strategia repressiva. Infatti, dopo il trasferimento dei politici a Ponza nel 1928 per “bonificare” la colonia usticese, essendo su di loro pesata l’accusa di tentativo di eversione armata contro i poteri dello stato (poi rivelatasi infondata in sede giudiziaria), nell’isola continuarono ad arrivare altri confinati politici destinati a essere sottoposti al predetto “trattamento” di promiscuità.

Fra i nuovi confinati arrivati, il giovane eritreo Isahac Menghistu, studente in ingegneria a Roma confinato a Ustica nel 1936 con l’accusa di vilipendio del regime in relazione alla guerra di Etiopia. Il suo è un caso emblematico della percezione da parte dei politici della incompatibilità della convivenza forzata con i coatti. Sottoposto, infatti, in più occasioni, dal regime confinario a divieti, vessazioni e isolamento nelle celle del Fosso, il giovane eritreo, che si era fra l’altro rifiutato di salutare romanamente come invece facevano i coatti, esasperato, chiese il trasferimento in una colonia di confinati politici giacché non gli pareva «giusto [che] lui - confinato per ragioni politiche - lo si tenga ad Ustica, che è colonia di confinati comuni». Perseverando nel suo comportamento, Menghistu fu trasferito a Tremiti dove fu accolto come un eroe e dove continuò nel rifiuto del saluto fascista; rinviato a Ustica, fu per lui un continuo susseguirsi di incarcerazioni e processi con le stesse motivazioni, fino al trasferimento a Ventotene.

Cella del “Fosso”
Cella del “Fosso”
Internati politici di etnia slava a Ustica nel 1942-1943. Nel gruppo, seduto, secondo da sinistra, lo scrittore albanese Petro Marko
Internati politici di etnia slava a Ustica nel 1942-1943. Nel gruppo, seduto, secondo da sinistra, lo scrittore albanese Petro Marko

Di fronte al mulino, un gruppo di cinque cameroni (oggi destinati ad attività turistica) dove nel 1942/43 fu alloggiata la maggior parte degli internati di etnia slava (al 20 maggio 1943 ne eran presenti 1313, di cui 75 donne); altri sei della stessa dimensione, in via Refugio, furono costruiti da privati nel 1936, quando i confinati presenti stabilmente sull’isola erano più di 1.000. In Via Petriera venne costruita anche l’infermeria con la camera mortuaria per i confinati. L’infermeria, che disponeva di un ambulatorio e di sale di degenza e di isolamento, sostituì quella molto più piccola e inadeguata di Via Prosegreto. Soprintendeva il medico della colonia Vincenzo Fazio, che era anche medico condotto. Due coatti fungevano da infermieri. Molti sono i confinati che cessarono di vivere nell’infermeria, ma vi nacque anche una bambina: nel 1945 vi partorì in condizioni estreme Maria Occhipinti confinata per i moti del “Non si parte”, assistita da due donne usticesi.

La foto del pannello di accesso a questa tappa rappresenta una modalità di sbarco e imbarco che a Ustica è durata due secoli dal 1763 al 1963. Il vecchio piroscafo Ustica e i suoi gemelli Pantelleria e Lampedusa servirono le isole minori siciliane, per le quali erano state costruite e portandone il nome, per 44 anni dal 1912 al 1956.
L’arrivo del piroscafo avviava una procedura rituale: due barche raccoglievano le cime per agganciarle agli scogli che fungevano da bitte; altre, numerose quanto bastava, dopo aver trasbordato i passeggeri, si avvicendano ai “pozzi” di poppa e di prua mettendosi a turno sotto il verricello per lo scarico delle merci con un andirivieni veloce e ordinato sulla spiaggia o, dal 1928, sulla banchina Barresi. Questa aveva sul lato a ridosso tre ampi gradoni incavati, il più basso a livello del bordo della barca. Il vecchio vaporetto Ustica fu sostituito nel 1956 dalla più moderna nave Nuova Ustica che favorì l’avvio del turismo. La nuova nave poté attraccare alla banchina Sailem solo nel 1963, il trasbordo con le barche si utilizzò per qualche anno ancora quando la nave doveva operare a ridosso, alla cala del Cimitero o allo Spalmatore.

Il piroscafo
Il piroscafo "Ustica" all'ancora in rada
Umberto Vanguardia nato a Napoli il 19/05/1879, pubblicista, anarchico schedato dal 1892. Più volte condannato per propaganda sovversiva. Arrestato nel novembre 1926 fu confinato (Pantelleria, Ustica, Ponza). A Ustica il 10 ottobre 1927 venne arrestato e deferito al TSDS con altri 38 confinati politici con l’accusa di ricostituzione del partito comunista, di fondazione di un fronte unico e di tentata evasione per «fare insorgere in armi gli abitanti del Regno contro i Poteri dello Stato» (verbale di arresto del 10 ott. 1927 in ACS, TSDS, b. 104, vol. I, p. 22). Con i coimputati, malgrado il mare fosse in gran tempesta, venne tradotto all’Ucciardone con una nave cisterna che impiegò dieci ore per raggiungere Palermo. Il 14 giugno 1928, conclusa l’istruttoria, fu tradotto al carcere di Napoli e il I agosto 1928, prosciolto per difetto di indizi di reità con sentenza 223 depositata 19 novembre 1928, venne trasferito a Ponza. Liberato nel febbraio 1930.
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Maria Occhipinti (Ragusa 29 luglio 1921 - Roma 20 agosto 1996), giovane popolana, iscritta alla Camera del lavoro e comunista dissidente, partecipò ai moti del Non si parte di cui fu elemento di spicco. Dette di fatto inizio a Ragusa alla rivolta popolare, stendendosi a terra, incinta di alcuni mesi, davanti al camion militare per impedirgli di partire con il suo carico di giovani coscritti. Da pasionaria fu anima e guida della rivolta. Resasi latitante insieme al comunista rivoluzionario Erasmo Santangelo, fu con lui arrestata dopo pochi giorni e mandata al confino di Ustica. Sull’isola fu in prima fila in una manifestazione non autorizzata per festeggiare il Primo maggio e la notizia della fine della guerra: per questo fu arrestata e rinchiusa nel carcere delle Benedettine di Palermo. Liberata solo il 7 dicembre 1946, nonostante l’amnistia del giugno precedente. Lasciata dal marito e respinta dagli amici, lasciò Ragusa per guadagnarsi da vivere in varie città italiane ed estere, svolgendo le mansioni più disparate e frequentando circoli comunisti e anarchici. Fu attiva sino alla fine partecipando a convegni e dimostrazioni per promuovere l’emancipazione femminile. In occasione del parto della figlia a Ustica, nel marzo 1945, trovò assistenza e solidarietà da parte di alcune donne usticesi tra cui Angelina Ailara Natale e Maria Bertucci Giordano, successivamente anche prodighe di premure e attenzioni per la puerpera con donazioni di vestiario. Ritornerà due volte a Ustica nel giugno 1977 e nell’agosto 1980 con la figlia Marilena per rivedere i luoghi e le persone che aveva conosciuto e che le erano state vicine in quei mesi di soggiorno per i fatti del Non si parte.

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Isahac Menghistu nato ad Asmara (Eritrea) il 9 marzo 1911, studente in ingegneria, antifascista. Arrestato a Roma dove frequentava l’università il 17 febbraio 1936, il 6 marzo successivo fu confinato per «vilipendio del regime in relazione alla guerra di Etiopia» per 5 anni e destinato a Ustica. Sull’isola, entrato in contatto con anarchici, rifiutò di fare il saluto fascista e più volte venne punito nella prigione del fosso. Il l 16 luglio 1937 fu trasferito a Tremiti dove fu tra i protagonisti di una lotta ancora più dura contro l’imposizione del saluto fascista il che gli comportò altre punizioni disciplinari e il ritorno a Ustica e un successivo trasferimento a Ventotene. A fine pena riassegnato al confino di Ventotene per 3 anni «per cattiva condotta politica». Fu liberato nel settembre 1943 e infine autorizzato al rimpatrio.

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Petro Marko (Dhërmi, 25 novembre1913 – Tirana, 27 dicembre1991), figlio di un commerciante che nel 1916 fu confinato a Ustica dove si ammalò e per le conseguenze morì al rientro in Albania. Diplomato nel 1932 a Valona, dove si avviò al marxismo, Petro Marko fu assunto a Tirana come insegnante, ma poi, ingiustamente accusato di aver fatto proselitismo comunista nei confronti degli studenti, fu licenziato. Fuggì perciò ad Atene dove convisse con il fratello e dove insegnò letteratura albanese all’Università. Licenziato per contrasti col rettore, trovò lavoro insegnando in una scuola privata. Rientrato in Albania nel 1935, s’impegnò come giornalista in giornali di sinistra. Nel 1936 si spostò ad Atene e, passando per Marsiglia e per Parigi, andò in Spagna per partecipare alla guerra civile intruppato nel Battaglione Garibaldi. A fine guerra fu internato in Francia da dove solo nel 1940 poté rientrare in Albania. Nel 1941 fu arrestato dall’esercito italiano e incarcerato a Bari e da lìinternato A Ustica. Nel maggio 1943 fu trasferito nel campo di internamento di Fraschette da dove, l’8 settembre, fuggì e si impegnò a Roma nella lotta armata per la liberazione della città. Arrestato e rinchiuso a Regina Coeli, grazie alla sua prontezza di spirito riuscì a sfuggire alle Fosse Ardeatine. Rientrato in Albania combatté nella resistenza armata albanese e dopo la guerra divenne redattore capo del periodico comunista Bashkimi. Nel 1947 fu arrestato con l’accusa di spionaggio a favore degli americani e rinchiuso in carcere, dove resterà sino a1949. In carcere subirà torture per estorcergli una falsa confessione. Liberato, per minarne la fiducia gli fu arrestato il figlio poeta mentre la moglie, pittrice, fu costretta alla delazione. Continuerà a essere perseguitato per tutta la vita e impedito a pubblicare le sue opere letterarie. Isolato nel dolore per la perdita del figlio morto suicida, vivrà con famiglia in estrema povertà. Poté tornare in Italia solo nel 1990, un anno prima che morisse.
Fu uno scrittore prolifico e le sue opere gli hanno meritato post mortem il riconoscimento di essere considerato uno dei padri fondatori della moderna prosa albanese. Nel 2003 viene insignito della medaglia "Nderi Kombit" (“Onore della Nazione”), nel 2009 gli viene dedicata una piazza di Dhermi e il principale teatro di Valona.
Numerosa la sua produzione letteraria, tra cui Hasta La Vista sulla sua esperienza spagnola, Nata e Ustikës (La notte di Ustica) ripubblicato con il titolo, Nje Nate e dyagime (Una notte e due albe), Intervistë me vetveten: Retëdhegurët (Intervista a me stesso)

Approfondimenti:
Aurel Plasari, Petro Marko, lo scrittore nelle carceri della sua letteratura
Matteo Mandalà, Petro Marko, da dramma di un’epoca a questione filologica. Il caso del romanzo usticese
Vito Ailara, Petro Marko, un letterato albanese internato a Ustica
Arianita Marko, L’appassionato ricordo della figlia