Tappa n. 12La Rocca della Falconiera

«Noi Federico II autorizziamo Nicolocto il falconiere e nostro fedele suddito a recarsi a Ustica per catturare i falchi e tenerli per noi. Santo Massimo, 20 marzo 1240».
historia diplomatica Friderici Secundi, henricus Plon, Parisi 1870
Falconiera. Disegno di G. Scalarini
Falconiera. Disegno di G. Scalarini

La Falconiera è quel che resta dell’ultimo vulcano attivo sino a circa 125 mila anni fa. La collina, che nei millenni è stata erosa dal mare e dalle peculiarità geofisiche dell’isola, oggi è solo una parte del cratere. La rocca è situata sull’orlo meridionale del cratere del vulcano inattivo.
Il toponimo ha ovvia origine dai falchi che nel passato vi nidificavano: ne fa testimonianza l’autorizzazione alla loro cattura concessa da Federico II al proprio suddito falconiere. Oggi i falchi non vi nidificano come nel passato, ma l’isola è sempre meta degli uccelli di passa.

Già nel III secolo a. C., dopo la prima guerra punica, i romani s’insediarono sulla cima della Falconiera per svolgere funzioni di controllo delle rotte marittime restandovi almeno sino al III sec. d.C. Ricerche archeologiche anche nella vicina necropoli hanno portato alla luce reperti dell’età ellenistico-romana, ma anche una via sacra e una necropoli. L’ubicazione dell’abitato era stata scelta perché consentiva il controllo di buona parte della costa e della Cala Santa Maria, l'approdo naturale più frequentato.

Resti di abitazioni romane alla Falconiera
Resti di abitazioni romane alla Falconiera
I fabbricati della Falconiera
I fabbricati della Falconiera

In epoca borbonica il sito fu trasformato in una rocca difensiva fortificata da mura perimetrali e armata con tre cannoni da 12; i fabbricati, ancora oggi esistenti, furono realizzati con materiale prelevato dalle abitazioni romane distrutte. La rocca fu anche centro di raccolta delle informazioni inviate a voce o con fani dalle garitte poste lungo la costa settentrionale: ciò facilitava il trasferimento delle informazioni al Governatore, che abitava poco più in basso. Più a valle, nel 1801, fu realizzato il Rivelino San Giuseppe, un avamposto per potenziare la difesa della rocca nella previsione che vi si dovesse riparare la popolazione in caso di attacco di corsari.

I fabbricati furono anche utilizzati per alloggiarvi parte dei 778 deportati libici arrestati nel contesto della repressione della grande rivolta araba esplosa nel 1914 e arrivati a Ustica il 14 giugno 1915 con il piroscafo “Re Umberto”. Più in particolare: 730 di loro facenti parte delle bande di irregolari ingaggiati dal colonnello Miani per la sua campagna di “polizia coloniale” nella Sirtica e che, dopo aver fatto causa comune con i guerriglieri, avevano concorso alla grave disfatta italiana di Al-Qardabiyyah (15 aprile 1915); 22 confinati a Tripoli; 26 detenuti politici. Tutti i deportati erano indicati come «ostaggi».

Durante la seconda guerra mondiale la rocca fu utilizzata dai tedeschi, che vi avevano impiantato postazioni di mitragliatrici in difesa della cala Santa Maria e nuove strumentazioni sperimentali per il controllo dei mari e dei cieli.
I fabbricati ora ospitano il Laboratorio-Museo di Scienze del Terra “Isola di Ustica”.

Deportati dai tratti sudanesi nella loro divisa di coatti
Deportati dai tratti sudanesi nella loro divisa di coatti

Il numero dei deportati libici del 1915 crescerà per altri arrivi sino a diventare 1.360 (più del numero dei residenti) alla data del 13 marzo 1916. Nonostante il grande numero, il loro rapporto con la popolazione non fu traumatico come nel 1911, quando scoppiò il colera. Molti deportati verranno infatti impiegati nei lavori agricoli o in piccoli servizi presso famiglie o commercianti locali; dal 1916 tra i deportati c'erano anche notabili, che presero in affitto case nelle campagne creando così nuovo reddito, poiché esse non potevano esser date ai confinati comuni né ai politici ai quali era interdetto alloggiare fuori dal centro abitato.

Tra i nuovi deportati c'erano personalità di primo piano come il deputato ex sindaco di Bengasi Salah el Mehdui nel 1923 e il principe Hassan Redà es Senussi nel 1930. I libici arrivati dal 1915 in poi determinarono una maggiore circolazione di denaro anche per le rimesse dalla Libia.

Vignetta di Giuseppe Scalarini
Vignetta di Giuseppe Scalarini
Capanne del Villaggio fortificato dei Faraglioni
Capanne del Villaggio fortificato dei Faraglioni

Dalla Falconiera lo sguardo si estende sul centro abitato, sulla collina della Culunnedda, sulla contrada di Piano dei Cardoni e sul pianoro di Tramontana, dominato dai più antichi vulcani di Monte Guardia dei Turchi e di Monte Costa del Fallo; sulla cuspide settentrionale del pianoro è insediato il Villaggio fortificato dei Faraglioni della Media Età del Bronzo, un «sito eccezionale di rilevanza internazionale, una chiave per comprendere lo sviluppo dei contatti culturali della media età del Bronzo» (v. Lettera 58).

Umberto Vanguardia nato a Napoli il 19/05/1879, pubblicista, anarchico schedato dal 1892. Più volte condannato per propaganda sovversiva. Arrestato nel novembre 1926 fu confinato (Pantelleria, Ustica, Ponza). A Ustica il 10 ottobre 1927 venne arrestato e deferito al TSDS con altri 38 confinati politici con l’accusa di ricostituzione del partito comunista, di fondazione di un fronte unico e di tentata evasione per «fare insorgere in armi gli abitanti del Regno contro i Poteri dello Stato» (verbale di arresto del 10 ott. 1927 in ACS, TSDS, b. 104, vol. I, p. 22). Con i coimputati, malgrado il mare fosse in gran tempesta, venne tradotto all’Ucciardone con una nave cisterna che impiegò dieci ore per raggiungere Palermo. Il 14 giugno 1928, conclusa l’istruttoria, fu tradotto al carcere di Napoli e il I agosto 1928, prosciolto per difetto di indizi di reità con sentenza 223 depositata 19 novembre 1928, venne trasferito a Ponza. Liberato nel febbraio 1930.
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Giuseppe Scalarini (Mantova, 29 gennaio 1873 – Milano, 30 dicembre 1948), disegnatore, socialista, fervente pacifista e antimilitarista, fu il maggiore caricaturista politico italiano; attivo in Italia e all’estero, fondatore del Merlin Cocai, collaboratore dell’Asino. Schedato dal 1898 per i suoi graffianti disegni antimilitaristi e antigovernativi, fu condannato ma evitò l’arresto fuggendo all’estero (Austria, Germania, Inghilterra, Belgio, Lussemburgo, Francia) dove collaborò con le maggiori testate satiriche. Rientrato in Italia, dopo esperienze lavorative in Istria e nel Ticino, nel 1911 fu assunto dall’Avanti con cui collaborò sino al 1925 «producendo oltre 3700 inconfondibili vignette. I bersagli, più che singoli personaggi politici, sono temi universali e d’attualità: la guerra, la voracità del capitalismo, lo sfruttamento del proletariato, lo squadrismo fascista, la monarchia imbelle». Perseguitato dal fascismo, a novembre del 1926 subì una violenta aggressione squadristica che gli procurò la frattura della mandibola. Uscito dall’ospedale, il 1° dicembre successivo venne arrestato, confinato per 5 anni, ridotti a 3 in appello, e destinato a Lampedusa; il 15 marzo 1927 fu trasferito a Ustica, dove restò sino al 7 novembre 1928. Liberato nel novembre 1928, gli sarà proibito firmare le proprie opere. Subito dopo l’entrata in guerra dell’Italia, il 15 luglio 1940 viene nuovamente arrestato e internato a Istonio (oggi Vasto) e poi a Bucchianico. Liberato nel dicembre 1940, resterà vigilato. Nel 1943 sfuggì all’arresto della polizia di Salò. Nel dopoguerra riprese la collaborazione con l’Avanti! e altri giornali. Perdette l’amata Carolina, che sposò in punto di morte nel 1943, e la figlia Giuseppina, nel 1945. Morì a Milano il 30 dicembre 1948. Di lui restano 13.000 disegni e alcuni scritti, tra cui Le mie isole pubblicato da Franco Angeli nel 1992 nel quale raccolse le sue memorie sulla vita di confino da lui vissuta a Lampedusa, Ustica ed Estonio, una testimonianza ricca di dettagli che ha agevolato la ricostruzione di quella esperienza sua e di tanti altri antifascisti.

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Salah el Mehdui era un notissimo politico libico che ricoprì la carica di sindaco di Bengasi e poi quella di deputato. Molto vicino al governo italiano fu insignito Commendatore della Stella d’Italia. Nel 1923 fu accusato di essere coinvolto in una inchiesta dei carabinieri di stanza a Bengasi e accusato di cospirazione contro il potere italiano in Libia. Per questo con un processo sommario fu mandato «in villeggiatura ad Ustica» assieme a Mohamed ben Ali Buzeid, «l’italianissimo», il Cav. Uff., insignito dell’Ordine coloniale della Stella d’Italia, Consigliere del Governo, membro del Direttorio del filofascista Partito Statutario Arabo, a Hussein Nori Pascià el Cueri (ex ufficiale ottomano), ad Ali bu Grein Tuffah (consigliere della Beledìa di Bengasi), ai commercianti Jusef Lenghi e Hag Abdalla Meleitan (con al seguito il suo servo Scebani el Fregiari) e a El Fighi Mohammed el Tunsi. Arrivò sull’isola nel dicembre 1923 e vi restò sino all’aprile 1927.
La vicenda per la genericità delle accuse suggerisce l’idea di una montatura -molto frequente in epoca fascista- di funzionari ansiosi di far carriera ma fece molto scalpore ed ebbe molta risonanza sulla stampa locale. Ma non è da escludere che la complicità con la Senussia fosse reale, tanto forte era la penetrazione di questo movimento islamico di origine sunnito-malachita che si era sviluppato in tutta la Cirenaica ma anche fino al Senegal e al lago Ciad, dirigendo attraverso i suoi centri (zawija) anche l’educazione scolastica, commerciale, amministrativa e giudiziaria locale. Le personalità al confino continuarono a mantenere rapporti col Governo italiano: il 31 dicembre 1923 inviarono un telegramma di auguri di buon anno a Mussolini e, nel luglio del 1925, in occasione del «giubileo reale», un altro al re, «a nome di tutti i libici confinati a Ustica». (Corriere della Cirenaica, dicembre 1923).

Mohamed ben Ali Buzeid
Hussein Nori Pascià el Cueri
Ali bu Grein Tuffah
Jusef Lenghi
Hag Abdalla Meleitan
El Fighi Mohammed el Tunsi
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Hassan er Redà es Senussi era figlio di Saied Mohammed er Redà es Senussi e nipote del Gran Senusso Idris, capo della Senussia e futuro re di Libia, il quale, quando si trasferì in esilio in Egitto nominò il fratello Saied Mohammed suo vicario. Questi seguì, pur con ambiguità, una linea filo italiana ma, ciononostante, nel gennaio 1928 fu esiliato prima a Piazza Armerina e poi confinato a Ustica. Rimpatriato nei primi mesi del 1929 dal governatore della Libia Badoglio, si rese disponibile per collaborare con gli italiani per la pacificazione della Cirenaica. Iniziò così un periodo di trattative, di sbandamento e di cedimenti che si concluse con la firma di un accordo con governo italiano sottoscritto il 16 agosto 1929 anche dal figlio Hassan. L’accordo non fu condiviso da Idris, che esautorò entrambi e nominò suo rappresentante Omar al-Muktar, capo della resistenza libica. Hassan, probabilmente influenzato dal fratello Saddiq impegnato nella resistenza, progettò di darsi alla macchia ma il padre nel tentativo di salvarlo dai pericoli scelse di chiedere agli italiani di arrestarlo e mandarlo al confino.
Nel maggio del 1930, il Vice Governatore della Cirenaica Graziani, proseguendo la sua lotta senza quartiere contro la Senussia, ordinò l’arresto di tutti i capi zuaia e l’esproprio di tutti i loro beni. Anche Hassan venne arrestato e condannato a 5 anni di confino. Giungerà a Ustica il 15 settembre 1930 insieme a 31 capi religiosi senussiti, la moglie Zennib ben Mohamed es Sudani, la figlioletta di 8 mesi, il nipote Mohammed di 2 anni, un servo e una serva. La sua permanenza a Ustica diventò presto impossibile perché, come il 26 marzo1931 comunicò il Prefetto al Ministro delle Colonie, «Hassan Redà, per la giovane età [aveva 21 anni] e la cospicua situazione finanziaria era venuto in troppa dimestichezza con le varie famiglie del luogo». La “dimestichezza” fu tale, che Hassan si spinse a chiedere la mano di una giovane usticese, fatto che gli procurò l’immediato trasferimento alle Tremiti, dove arrivò il 29 giugno 1931. Anche nella nuova destinazione l’irrequieto principino ebbe disavventure, stavolta di natura economica, perché, circuito da isolani e confinati, contrasse debiti. Nel 1934, quando Graziani autorizzò il rimpatrio di tutti i Libici, gli fu impedito di lasciare l’Italia e fu autorizzato a stabilirsi a Firenze, dove per un certo tempo condivise l’abitazione con Omar Mansur el Kekhia Pascià e dove il 20 novembre 1936 morì a soli 26 anni.

Saied Mohammed er Redà es Senussi
Omar Mansur el Kekhia Pascià