Tappa n. 2I disterrati

«Io muoio dalla fame e dal freddo: qui si cucina, quando si può, con la paglia, giacché legna non ve ne sono, tranne le foglie di fichi d'India seccate al sole. Sono in mezzo a ladri ed assassini».
Ustica 1836, Gianbattista Mazziotti
Cala Santa Maria
Cala Santa Maria

La cala prende il nome dalla Chiesa medievale di Santa Maria, alle Case Vecchie.
La Chiesa fu costruita da monaci sul finire del XII secolo probabilmente sulle vestigia di altra chiesa paleocristiana. Attorno a essa e al monastero si insediò una comunità di contadini che certamente dovette essere buona produttrice di grano e di vino se costruì il mulino a vento di Piano dei Cardoni e un grande palmento alle Case Vecchie (casa Restivo). Anche i coloni eoliani, che dopo quattro secoli di abbandono ripopolarono l’isola, utilizzarono la vecchia chiesa sino alla ultimazione della nuova.

Nella Cala Santa Maria nella primavera del 1763 sbarcarono 389 eoliani scortati dall’esercito con a capo il colonnello Odea con pieni poteri per avviare la colonizzazione voluta da Carlo III e realizzata da Ferdinando I di Borbone. I coloni liparoti erano stati attratti da un bando che prometteva a ciascuna famiglia 3 salme di terreno coltivabile, esenzione decennale delle tasse e difesa militare.
Il bando, redatto sulla base di un progetto di un gruppo di ingegneri militari coordinati da Giuseppe Valenzuola, prevedeva la costruzione di due torri con tre cannoni ciascuno, di un cannone collocato sulla spiaggia di Cala Santa Maria e di tre sulla Falconiera, la realizzazione della casa del Governatore, della Chiesa con l’alloggio dei cappellani, dei padiglioni per la truppa e del magazzino per le armi. Fu anche assicurata l’assistenza di un agrimensore per l’equa divisione delle terre e di un agronomo per la loro coltivazione, di un sacerdote per l’assistenza spirituale, di un medico, di una levatrice e di uno speziere-farmacista per l’assistenza sanitaria.
Ingegneri progettarono le due torri, la Chiesa e i diversi edifici pubblici sopraintendendo alle maestranze palermitane impegnate nella loro realizzazione mentre i disterrati collaborarono per la sistemazione delle strade.

Veduta del porto primo Novecento
Veduta del porto primo Novecento
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I disterrati, condannati ai lavori forzati, cresceranno di numero. La relegazione, normata nel 1825 da apposito regolamento, diventerà stabile e riguarderà due categorie di condannati: «relegati per condanna giudiziaria» e relegati «per misura di pubblico interesse» o «per sovrana disposizione», ossia politici. I primi venivano condannati dalla autorità giudiziarie, i secondi dagli organi di polizia. Per entrambe le categorie la vita sulle isole era molto disagiata: miserabile l’alloggio offerto dal governo, da fame il vitto; ancor peggio quando i relegati venivano carcerati o puniti.

I relegati diventeranno parte importante per la riuscita della colonizzazione dell’isola e per due secoli parte indispensabile della sua economia, povera, ma con essi resa stabile. Molti di loro lavoravano nelle campagne contribuendo a una produzione a costi ridotti, altri assicuravano i servizi più umili nel centro abitato, tutti spendevano almeno il sussidio giornaliero concesso dal governo; in più, militari e addetti alla sorveglianza spesso raggiunti da familiari e ancora ispettori e familiari degli stessi relegati garantivano stabilmente i consumi interni. E gettito davano anche le case prese in affitto dallo Stato per caserme e dormitori, detti “cameroni”, e gli appalti di casermaggio (arredi e servizi essenziali per i relegati).

Ustica fine Ottocento prima che fosse realizzata la strada che conduce alla Cala Santa Maria con le case dei pescatori e il borgo ancora integro che, protesi verso il mare, caratterizzavano un paesaggio marinaresco
Ustica fine Ottocento prima che fosse realizzata la strada che conduce alla Cala Santa Maria con le case dei pescatori e il borgo ancora integro che, protesi verso il mare, caratterizzavano un paesaggio marinaresco
Umberto Vanguardia nato a Napoli il 19/05/1879, pubblicista, anarchico schedato dal 1892. Più volte condannato per propaganda sovversiva. Arrestato nel novembre 1926 fu confinato (Pantelleria, Ustica, Ponza). A Ustica il 10 ottobre 1927 venne arrestato e deferito al TSDS con altri 38 confinati politici con l’accusa di ricostituzione del partito comunista, di fondazione di un fronte unico e di tentata evasione per «fare insorgere in armi gli abitanti del Regno contro i Poteri dello Stato» (verbale di arresto del 10 ott. 1927 in ACS, TSDS, b. 104, vol. I, p. 22). Con i coimputati, malgrado il mare fosse in gran tempesta, venne tradotto all’Ucciardone con una nave cisterna che impiegò dieci ore per raggiungere Palermo. Il 14 giugno 1928, conclusa l’istruttoria, fu tradotto al carcere di Napoli e il I agosto 1928, prosciolto per difetto di indizi di reità con sentenza 223 depositata 19 novembre 1928, venne trasferito a Ponza. Liberato nel febbraio 1930.
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Gianbattista Mazziotti n. a Celso frazione di Pollica (Salerno) nel 1772, avvocato. Discendente di una antica famiglia di importanti proprietari terrieri di Celso nel Cilento, Gian Battista e i suoi familiari si distinsero per l'attivismo politico contro l'assolutismo. Gianbattista fu il primo a iscriversi alla Società Patriottica Napoletana, primo circolo giacobino d’Italia fondato da Carlo Lauberg, protagonista della “Repubblica Napolitana” e primo Presidente del Governo Provvisorio. Nella neonata repubblica, che ebbe però vita breve, Gianbattista ricopri cariche pubbliche. Con il ritorno dei Borbone a Napoli da Palermo dove si erano rifugiati, Giambattista ormai compromessosi, fu proposto dalla Giunta di Stato all’ esilio con la seguente motivazione «Fu maldicente delle sacre persone ed encomiava la repubblica [...] Vantasi di avere "democratizzato" il Cilento e di essere patriota da cinque anni». Condannato all’esilio il 28 febbraio 1800, Gianbattista poté rientrare a Napoli, grazie all’amnistia del 26 marzo 1801, che prescriveva: «Tutti i sudditi del re di Napoli i quali sieno stati perseguitati, banditi o costretti a spatriare volontariamente [sic] per fatti relativi al soggiorno dei francesi nel regno di Napoli, potranno tornare e saranno reintegrati nei loro beni». A tutti costoro venne imposto l'obbligo di soggiorno nel comune di nascita. Nel 1806, con il ritorno dei francesi a Napoli, il Mazziotti fu nominato commissario di polizia, carica che ricoprì per un intero decennio e per alcuni anni dopo il 1815. Attivo nella carboneria, nel 1819 fu licenziato. Ebbe parte molto attiva nei moti del 1820 e fu uno dei più esaltati frequentatori del Parlamento provvisorio nel quale era stato eletto anche il cugino Gherardo. Soffocata la rivolta, il 3 ottobre 1821 Mazziotti venne arrestato e dopo due anni di carcere, il 28 ottobre 1823, liberato per effetto dell'indulto del 28 settembre 1822 restando sottoposto ad "empara", cioè a disposizione della polizia, che in una relazione scrive di lui: «Messo in libertà provvisoria per i fatti del 1820, ma rimase “emparato”. È pericoloso all'ordine pubblico, di cervello il più torbido ed insuscettibile di emenda, mentre, anche nelle carceri ha dato delle massime eccedenze e dichiarazioni». Il 3 marzo 1825 fu condannato all'esilio, ma non potendo viaggiare per l'eccessiva obesità e per mancanza di denaro, il 16 agosto successivo fu relegato per «sovrana disposizione», a Favignana, che raggiunse con un viaggio in compagnia di «canaglia» invece che di «galantuomini» lungo e faticoso: partì da Napoli il 6 novembre successivo e giunse a Favignana il giorno di Natale. Nel 1831 fu trasferito a Ustica, da dove ancora il 7 gennaio 1836 scriveva ai familiari: «Io muoio dalla fame e dal freddo: qui si cucina, quando si può, con la paglia, giacché legna non ve ne sono, tranne le foglie di fichi d'India seccate al sole. Sono in mezzo a ladri ed assassini». Disperato, progettò la fuga senza riuscirvi, superò indenne il colera che nel 1837 infierì sull'isola e finalmente nel 1842, dopo 21 anni di carcere e relegazione, venne graziato dal re. Morirà a Napoli il 3 o 4 gennaio 1850.

Notizie tratte da Mazziotti Matteo, Ricordi di famiglia: 1780-1860, Galzerano, Casalvelino Scalo 2001, pp. 83-92, 117, 131, 132, 137-139, 151.

Cala Santa Maria negli anni Venti del Novecento
Cala Santa Maria negli anni Venti del Novecento

Il toponimo deriva dalla Chiesa medievale dei benedettini dedicata a Santa Maria. La cala, su cui si affaccia il centro abitato settecentesco, è la più riparata dai venti del IV quadrante dominanti nei mesi invernali e per questo la più frequentata e destinata all’approdo dei mezzi di collegamenti.
Sino agli anni Venti del Novecento la cala era totalmente sprovvista di opere portuali per cui i passeggeri dalla nave all’ancora nel centro della cala si trasferivano su barchette a remi utilizzando una scaletta e, giunti a riva, sbarcavano sulla spiaggia grazie a un pontile mobile.
Il pontile di legno restò in servizio sino al 1928 quando venne costruita la banchina Barresi e un molo foraneo, che però venne spazzato subito via da un temporale. Restò un mozzicone di banchina che servì l’isola sino al 1963 quando venne definita la banchina Sailem e la nave potè attraccare. Sino ad allora le operazioni di imbarco e sbarco di passeggeri, merci e animali avveniva a mezzi di barche a remi.