Tappa n. 17Il direttore

«”Il direttore della colonia sono io!” Quando passava il direttore della colonia, i coatti si alzano in piedi, e i mafiosi facevano grandi inchini e scappellate».
Giuseppe Scalarini, confinato politico
Posto di polizia
Posto di polizia

La Direzione della colonia si affacciava su Via Annunziata e Via Fallo. Il toponimo della prima fu cambiato in Via Roma nel 1871, quando il re trasferì nella capitale la propria residenza; il toponimo della seconda, come altri, derivò dal nome dalla famiglia che l'abitava, assegnataria di terra all’epoca della colonizzazione e, nel 1933, fu cambiato in Via Vincenzo Di Bartolo per onorare il grande navigatore usticese che, primo tra i sudditi degli stati italiani, nel 1839 raggiunse le Indie con il brigantino Elisa.

In Via Roma, angolo Via Vincenzo Di Bartolo, dove ora è la biglietteria di navi e aliscafi, era allocata la Direzione della Colonia, quattro vani e un magazzino retrostante. Il direttore era un commissario di polizia alle dipendenze del questore. Svolgeva un servizio distinto sia da quello svolto dai Carabinieri, ai quali incombeva l’ordine pubblico dell’isola e la traduzione dei confinati e dei coatti, sia da quello della Milizia che aveva un compito generico di controllo sui confinati in sovrapposizione a quello della Polizia.

Traduzione
Traduzione
Il Direttore in una caricatura di Giuseppe Scalarini
Il Direttore in una caricatura di Giuseppe Scalarini
Al direttore sin dall’Unità d’Italia spettava il compito dell’organizzazione e del controllo della colonia mentre sul sindaco gravava l’impegno di relazionare ogni sei mesi sulla condotta morale, politica e religiosa di ogni singolo confinato; in epoca borbonica, il controllo spettava al comandante dei militari di stanza sull’isola.

Il dipinto, riportato anche nel pannello di accesso a questa tappa, rappresenta il brigantino Elisa di 248 tonnellate con il quale l'usticese Vincenzo Di Bartolo partì da Palermo il 28 ottobre 1838 con dodici uomini di equipaggio per raggiungere Boston e poi Sumatra. Nella traversata atlantica l'Elisa dovette superare una terribile tempesta che spezzò l'alberatura e provocò altri gravi danni alla imbarcazione mentre Di Bartolo si procurò la frattura di una scapola. Riparati i danni, l'Elisa ripartì per Sumatra per una carico di pepe. Fece ritorno a Palermo dopo quattordici mesi il 14 dicembre 1839.

Il brigantino Elisa
Il brigantino Elisa
Umberto Vanguardia nato a Napoli il 19/05/1879, pubblicista, anarchico schedato dal 1892. Più volte condannato per propaganda sovversiva. Arrestato nel novembre 1926 fu confinato (Pantelleria, Ustica, Ponza). A Ustica il 10 ottobre 1927 venne arrestato e deferito al TSDS con altri 38 confinati politici con l’accusa di ricostituzione del partito comunista, di fondazione di un fronte unico e di tentata evasione per «fare insorgere in armi gli abitanti del Regno contro i Poteri dello Stato» (verbale di arresto del 10 ott. 1927 in ACS, TSDS, b. 104, vol. I, p. 22). Con i coimputati, malgrado il mare fosse in gran tempesta, venne tradotto all’Ucciardone con una nave cisterna che impiegò dieci ore per raggiungere Palermo. Il 14 giugno 1928, conclusa l’istruttoria, fu tradotto al carcere di Napoli e il I agosto 1928, prosciolto per difetto di indizi di reità con sentenza 223 depositata 19 novembre 1928, venne trasferito a Ponza. Liberato nel febbraio 1930.
Ustica 1906. Coatti in coda per ritirare il sussidio giornaliero
Ustica 1906. Coatti in coda per ritirare il sussidio giornaliero

Il sussidio giornaliero detto “mazzetta” in tutte le epoche era elargito dal governo ai confinati ritenuti bisognosi. In epoca borbonica venivano dati 10 bajocchi ai relegati comuni, 20 ai relegati politici; in epoca fascista 4 lire ai confinati comuni e 10 ai politici (poi ridotti a 5); agli anarchici, nell’ottocento, invece era dato lo stesso importo previsto per i coatti.

«I coatti sono sottoposti a un regime molto restrittivo; la grande maggioranza, data la piccolezza dell’isola, non può avere nessuna occupazione e deve vivere colle 4 lire giornaliere che assegna il governo. Puoi immaginare ciò che avviene: la mazzetta (è il termine che serve a indicare l’assegno governativo) viene spesa specialmente per il vino; i pasti si riducono a un po’ di pasta con erbe e a un po’ di pane; la denutrizione porta all’alcolismo più depravato in brevissimo tempo. Questi coatti sono richiusi in speciali cameroni alle cinque del pomeriggio e stanno insieme tutta la notte (dalla cinque del pomeriggio alle sette del mattino), chiusi dal di fuori: giocano alle carte, perdono qualche volta la mazzetta di parecchi giorni e si trovano così presi in un girone infernale che dura all’infinito. Da questo punto di vista è un vero peccato che ci sia proibito di avere dei contatti con esseri ridotti a una vita tanto eccezionale: penso che si potrebbero fare delle osservazioni di psicologia e di folklore di carattere unico. Tutto ciò che di elementare sopravvive nell’uomo moderno, rigalleggia irresistibilmente: queste molecole polverizzate si raggruppano secondo principî che corrispondono a ciò che di essenziale esiste ancora negli strati popolari più sommersi».
(Gramsci a Tania, 19 dicembre 1926)

Una traduzione ordinaria in partenza da Ustica: più confinati ammanettati e legati alla catena circondati da carabinieri e accompagnati all’imbarco da altri confinati che aiutano a portare i bagagli
Una traduzione ordinaria in partenza da Ustica: più confinati ammanettati e legati alla catena circondati da carabinieri e accompagnati all’imbarco da altri confinati che aiutano a portare i bagagli

La traduzione era di due tipi: ordinaria e straordinaria. Quella ordinaria, molto disagiata, prevedeva il viaggio in treno in carrozze cellulari, vere prigioni ambulanti, assieme ai detenuti comuni e lunghe soste nelle carceri di transito in attesa di formare la «catena» per ciascuna destinazione. La traduzione straordinaria consentiva di viaggiare in terza classe ed era più veloce, ma, se non disposta dal magistrato, le spese di viaggio e le indennità di trasferta andata e ritorno della scorta erano a carico del confinato richiedente.

La censura fu praticata per la prima volta a fine Ottocento per impedire che gli anarchici ricevessero giornali “sovversivi”, ma divenne pratica normale e meticolosa in epoca fascista. Non solo veniva controllata la posta in arrivo, ma si doveva ottenere preventivamente il permesso per corrispondere.
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Vincenzo Di Bartolo (Ustica 10 marzo 1802 – Ustica 20 aprile 1849), illustre navigatore usticese, figlio di Ignazio Di Bartolo e Caterina Pirera, fratello di Andrea, Costantino e Giuseppe, anch’essi comandanti di bastimenti e sposo di Elisabetta Consiglio, anch’essa di famiglia marinaresca da cui ebbe i figli Caterina, Onofria, Elisabetta, Maddalena, Rosina, Carolina, Emilia e Ignazio. Sostenuto dallo zio Andrea, capo della polizia locale, Vincenzo frequentò con successo il Collegio nautico di Palermo. Fece il suo primo imbarco Mediterraneo su un veliero e ottenne il primo imbarco sullo sciabecco del Collegio per impratichirsi dell’arte marinara e anche del commercio, perché il mestiere di marittimo comportava anche essere bravo agente dell’armatore. Nel 1828 navigò da capitano sul brigantino Gabriele per conto di Gabriele Chiaramonte Bordonaro, commerciante in Palermo e navigo sin all’Inghilterra.
Vincenzo nel 1833 era già al suo servizio con Ingam, ambizioso imprenditore di origine inglese che opera con i suoi numerosi bastimenti e navigò sino in Brasile e poi in Francia, In Inghilterra e nel 1836 verso Boston. Dovette ben soddisfare il committente se nel 1838 Ingham gli affidò una missione mai sperimentata da siciliani, quella di acquistare un carico di pepe nero a Sumatra. Il 28 ottobre 1838 il capitano Vincenzo salpò da Palermo col brigantino Elisa, di 248 tonnellate, con 12 uomini di equipaggio per raggiungere le Indie. Fece rotta su Boston ma, investito da una tempesta, l'imbarcazione subì gravissimi danni e riuscì ad entrare in porto dopo 91 giorni dalla partenza. Ivi sostò il tempo necessario per le riparazioni 1° marzo 1839 riprese il viaggio circumnavigando l'Africa. e giunse a Sumatra il 1° luglio, dopo quattro mesi. Fatto il carico di pepe il 26 luglio riprese la via del ritorno superando altre tempeste. Entrò nel porto di Palermo il 14 dicembre 1839, quando erano trascorsi quattordici mesi dalla partenza.
Il viaggio su quella rotta,  sino ad allora appannaggio esclusivo della marineria inglese, spagnola e olandese, fu il primo di un barco siciliano su quella rotta giacché nessun veliero italiano era andato così lontano quanto l'Elisa: un salto di qualità della marineria mercantile del Regno delle Due Sicilie, che fruttò grandi guadagni agli Ingham e per il quale Vincenzo fu insignito per sovrano decreto del grado di alfiere di vascello nella Regia marina di guerra borbonica.
Altro viaggio farà Di Bartolo salpando il 12 gennaio 1843 da Palermo con la più grande Sumatra, con 19 uomini d'equipaggio, alcuni dei quali erano già stati con lui sull'Elisa. Dovette superare altre tempeste e gravi difficoltà ma il 23 giugno dell’anno seguente tornò con altro carico della mercanzia commissionata e con preziose informazioni sulle terre toccate e sui popoli incontrati raccolti nel giornale di bordo.
Un terzo viaggio farà tra 1844 e il 1845 per un altro carico di pepe nero ma al ritorno trovò la moglie morta già da qualche mese. Stanco e sopraffatto dalla perdita della moglie nel 1846 accettò il comando della nuova nave Palermo, lussuosa per quei tempi, in servizio tra la Sicilia e Napoli, ma dopo un anno si ritirò a Ustica, dove morì per un colpo apoplettico il 20 aprile 1849, senza neppure aver superato i cinquant'anni.

Libici a Ustica nel 1916 con la divisa dei coatti
Libici a Ustica nel 1916 con la divisa dei coatti

Il vestiario dei coatti era costituito da una casacca a strisce larghe e un pantalone di colore ruggine, ma dopo il secondo conflitto mondiale venne anche utilizzata la dismessa divisa delle guardie di città.

«La direzione distribuiva, una volta all’anno, un vestito da coatto, un paio di scarpe e una camicia; nessuno lo metteva, quel vestito color carota. Fu un anarchico romano a rompere il ghiaccio. Una domenica, uscì col suo bel vestito stirato ed una gran cravatta nera, e girò su e giù per il paese, pavoneggiandosi. Tutta la gente si voltava a guardarlo. Un politico vestito da coatto! In quel giorno non si parlò d’altro. Alcuni lo approvavano, altri lo biasimavano.

“Ha fatto bene”, dicevano gli uni, “fra noi e i coatti non c’è e non ci deve essere nessuna differenza”.

[…] Molti imitarono l’anarchico, e indossarono il vestito da coatto perché proprio non ne avevano altri; molti invece che avevano le valigie piene di roba, lo indossarono per capriccio, per snobismo. Per l’eleganza delle linee si vedevano subito che i vestiti non erano usciti dalle mani d’un tailleur. […] Le scarpe rivaleggiavano, per l’eleganza delle linee, col vestito e pareva, calzandole, che fossero di latta.

[…] Quando poi, come ho detto, molti politici vestirono da coatto, la confusione fu completa. Una volta dissi ad un giovanotto, credendolo un coatto, di portarmi un barile d’acqua a casa. Mi rispose, sorridendo: “Ma io sono un politico!” Un’altra volta, cominciai a parlare di socialismo e di comunismo con un altro, credendolo un politico, egli mi rispose: “Sa, io di queste cose non me ne intendo perché sono un coatto”».

Giuseppe Scalarini, Le mie isole, Franco Angeli, 1992, p. 989

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Sulla a carta di permanenza, una sorta di documento di identità da esibire nei controlli su cui si annotavano i permessi, sulla quale erano trascritti gli obblighi del confinato:

1. Darsi a stabile lavoro.

2. Non allontanarsi dall’abitazione scelta senza preavviso dell’autorità preposta alla sorveglianza

3. Non uscire il mattino più presto del levar del sole e rincasare non più tardi di un’ora dopo l’Avemaria.

4. Non tenere né portare armi proprie, né altri strumenti atti a offendere.

5. Non frequentare osterie o altri esercizi pubblici.

6. Tenere buona condotta e non dar luogo a sospetti.

7. Presentarsi all’Autorità di P.S., preposta alla sorveglianza, alla domenica e a ogni chiamata della medesima.

8. Portare sempre addosso la presente carta di permanenza ed esibirla a ogni richiesta degli ufficiali e agenti di P.S.

9. Non associarsi ai confinati per delitti comuni.

10. Non oltrepassare i confini della colonia senza permesso della direzione.